L'ECONOMIA

Quando lo stipendio non basta: indagine sui (bassi) salari in Italia

Francesco Seghezzi - 12/01/201917:47

Nel corso degli anni Eurostat ha analizzato la percentuale di persone che sono a rischio di povertà, pur avendo un lavoro. Nel 2007 il dato era di 9,3% tra gli occupati italiani. Dopo 10 anni la percentuale è arrivata al 12,2%

Negli ultimi mesi in Italia si discute molto di welfare, dal reddito di cittadinanza alle pensioni entro i 62 anni. Il rischio è di ignorare uno dei problemi più importanti del futuro prossimo: i salari. Nel pensare come lo Stato possa intervenire per garantire maggior benessere e sicurezza economica ai suoi cittadini, si parte quasi sempre da un presupposto: per assicurare alle persone un reddito decente bisogna aiutarle a trovare un lavoro. Un principio che non è solo economico, ma che nella storia occidentale ha sempre avuto anche una natura morale.

Il lavoro infatti non è mai stato inteso semplicemente come reddito, ma come inclusione sociale, partecipazione all'economia di un Paese, sviluppo della dignità della persona. Si dà però per scontato che a qualsiasi lavoro corrisponda un salario sufficiente ad arrivare a fine mese, magari mantenendo una famiglia. I dati disponibili ci dicono che è sempre meno così. Nel corso degli anni Eurostat ha analizzato la percentuale di persone che sono a rischio di povertà, pur avendo un lavoro. Nel 2007 il dato era di 9,3% tra gli occupati italiani, circa 2,1 milioni di persone. Dopo 10 anni (nel 2017) la percentuale è cresciuta del 30%, arrivando al 12,2%, cioè 2,8 milioni persone. 700 mila persone in più in soli dieci anni.

Un fenomeno che non si può ignorare, perché sta cambiando la fisionomia della popolazione italiana e scardinando le basi dei modelli di welfare. Anche il reddito di cittadinanza si fonda sul principio che per uscire dalla povertà bisogna aiutare le persone a trovare un lavoro, attraverso un complesso processo gestito da centri e agenzie per l'impiego. Questo potrebbe non bastare. Le ragioni sono tante, ma ne possiamo individuare almeno due. La prima riguarda l'aumento dei lavoratori che svolgono un «part-time involontario».

Si tratta di chi si trova a fare un part-time, e quindi a percepire un salario inferiore, essendo però disposto a lavorare a tempo pieno. Erano il 36% di tutti i lavoratori part-time nel 2007, ma sono diventati il 61% nel 2017. Una crescita del 70%, ancora più significativa se consideriamo che il numero assoluto di lavoratori part-time è aumentato molto nell'ultimo decennio. È positivo che la bozza del decreto sul reddito di cittadinanza preveda incentivi solo per le imprese che assumono a tempo pieno, ma resterà difficile trovare imprese disposte a farlo a fronte dell'andamento economico degli ultimi dieci anni.

La seconda ragione è che il diffondersi di salari che non permettono di sfuggire alla povertà riguarda molte tipologie di lavori che si sono create negli ultimi anni. Prendiamo gli anni tra il 2013 e il terzo trimestre 2018, nei quali il numero di occupati è cresciuto di ben 1,1 milioni. In questo arco di tempo, secondo l'Istat, sono sì cresciute di 500 mila unità le professioni «qualificate e tecniche», ma anche di 450 mila le professioni nei servizi di «vendita e servizi personali» e di 200 mila le professioni definite come «personale non qualificato». Tra gli operai e gli artigiani il numero è rimasto invariato.

Sono quindi cresciuti posti di lavoro in occupazioni che hanno salari più bassi, meno ore di lavoro, minori tutele sindacali e di conseguenza minore stabilità lavorativa (in settori con competenze basse). L'argomento non può esaurirsi in poche righe. Pesano tanti altri fattori, come il lavoro nero, l'abuso dei tirocini, la presenza di cooperative spurie. Analisi più ampie dell'impatto dei cambiamenti demografici e tecnologici sono fondamentali per capire il perché di questa situazione. Sono tutti elementi che approfondiremo su Open, in nuovi focus.
 

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