Perché le indagini sul terrorismo in Italia parlano pugliese

 

Ci sono cose che convincono e altre che lasciano molti dubbi, nella vicenda dell’uomo arrestato nei giorni scorsi a Bari con l'accusa di terrorismo, che al telefono parla anche della possibilità di organizzare un attentato al Vaticano per Natale. Ma se il suo profilo suscita perplessità per alcuni aspetti –  il principale è che un anno fa, l’8 gennaio, aggredì un passante in stazione con una bottiglia rotta –  le accuse che lo riguardano preoccupano. Soprattutto, perché Omar Moshin Ibrahim, classe 1998, vive da anni a Bari e la Puglia è considerata un luogo di passaggio (e, in parte, di radicamento) sempre più importante per una galassia complicata come quella a cui appartengono gli autori di attentati di matrice islamica in Europa.

“Bombe a tutte le chiese”

Di arrivare a Roma per compiere un attentato Omar Moshin parla, tra il 2 e il 4 dicembre scorsi,  con un soggetto non ancora identificato. Cercano la città su internet, si informano delle distanze per arrivarci, discutono più volte sulla basilica di San Pietro ma, su questo, non c’è molto di più. Lui ripete: “Colpiremo la chiesa d’Italia più grande, quella di Roma”.

Secondo gli investigatori, però, Moshin non è solo lo sprovveduto di cui persino il passante che subì un’aggressione l’anno scorso si è limitato  a lamentarsi su Facebook.

 

Le indagini

Perché le indagini sul terrorismo in Italia parlano pugliese foto 1

Anas Khalil, pseudonimo di  Omar Mohsin Ibrahim, diventa un soggetto interessante per l’Antiterrorismo in seguito ad una segnalazione giunta ad Aisi e Aise: è indicato dalla polizia inglese come “contatto del leader del gruppo Isil in Somalia”, si legge nel decreto di fermo.

Scrive la Digos di Bari che “ha un fratello di nome Abidirauf Khalil Osman, indicato quale membro dell’Isil Somalia e detenuto per tale militanza nel suo paese di origine”. Non solo: lo stesso Omar sarebbe stato per tutto il 2016 in Libia con Daesh per poi arrivare in Italia, mantenendo i contatti con esponenti di spicco del terrorismo islamico sia in Somalia sia in Libia.  

Bari e i documenti falsi

Da quando si è saputo che il 1 agosto 2015, il futuro attentatore della strage del Bataclan a Parigi Salah Abdelslam è passato dal porto di Bari per andare in Grecia e di qui raggiungere i territori dove batteva la bandiera nera dello stato Islamico, l’attenzione sulla Puglia è costantemente cresciuta.

Un anno dopo, nel 2016, la Dda ha chiuso un’indagine sull’organizzazione che fabbricava passaporti falsi apparentemente destinati ai foreign fighters. Un arrestato, il 38enne iracheno Ridha Shwan Jalal, ha confermato che proprio a Bari, alcuni albanesi erano passati dal contrabbando di sigarette alla fabbricazione di documenti falsi attribuiti un po’ a tutti i paesi europei.

Poi, l’anno scorso, a Foggia è stato arrestato il presidente dell’associazione culturale e moschea di Foggia, Mohy Eldin Mostafa Omer Abdel Rahman, accusato di indottrinare i bambini che frequentavano il centro. Anche qui la storia è più lunga: un anno prima, quello stesso centro aveva ospitato Eli Bombataliev condannato in primo grado a cinque anni per terrorismo e considerato esponente di spicco dell’islam di provenienza cecena arrivato in Europa (Bombataliev è stato per un certo periodo anche in Germania). Ma anche Anis Amri, l'attentatore di Berlino che ha vissuto a lungo in Italia, aveva contatti anche in Puglia, luogo di passaggio naturale per chi si muove verso Oriente evitando gli aerei.