Quelli che scelgono di tornare a casa: chi sono gli immigrati che lasciano l’Italia

Lo Stato italiano propone dei percorsi di ritorno volontario assistito per chi decide di tornare in patria dopo essersi rifugiato in italia, ma sono in pochi a partecipare

Dopo dieci anni passati a vivere e a lavorare nei campi agricoli in provincia di Brindisi, Stephen si è trovato senza fissa dimora, con il permesso di soggiorno scaduto e con ustioni da zolfo su tutto il corpo. Disoccupato da più di un anno, non riusciva più a mantenere la moglie e i due figli rimasti in Ghana. Arnol invece aveva lasciato la Colombia per lavorare in un'officina a Roma, inseguendo la promessa di uno stipendio di 2.600 euro al mese. Invece si è trovato a lavorare gratis per 19 ore al giorno. Viveva in una stanza umida, a cui presto sono state tagliate acqua e luce. Presente illegalmente sul territorio, non poteva denunciare la sua situazione, o cercare un altro lavoro ed è caduto in depressione. Quelli che scelgono di tornare a casa: chi sono gli immigrati che lasciano l'Italia foto 3

Ormai le probabilità di vincita in quel gioco d'azzardo che sono fughe e migrazioni sono sempre più scarse. Per i migranti e i rifugiati, il rischio di non trovare quello che stavano cercando sta crescendo, nel mondo e in Italia. Per molti, disoccupazione, clandestinità o sfruttamento restano un'alternativa migliore alle realtà che hanno deciso di lasciare. Per altri invece no. I molti disillusi, trafficati o semplicemente esausti che vorrebbero tornare sui loro passi si trovano però spesso paralizzati dalla loro condizione di illegalità o dalla mancanza di risorse per tornare a casa.

A febbraio dovrebbe partire un bando da 12 milioni di euro lanciato dal Governo a ottobre, che conta di offrire a 2.700 migranti e rifugiati che desiderano tornare a casa l'assistenza e i mezzi necessari per farlo. Il programma, finanziato dal Fami (Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione 2014-2020, sovvenzionato dall'Unione Europea) è rivolto a cittadini stranieri che si trovano, irregolarmente o no, sul territorio italiano. Gli enti attuatori forniscono assistenza sociale e legale nella fase di partenza, ma si occupano anche della re-integrazione nel paese d'origine attraverso cooperazioni con partner locali. A chi torna viene fornito un biglietto aereo e un rimborso spese di 400 euro. In più, una somma di duemila euro vengono erogati come contributo per la reintegrazione tramite il partner locale affinché accompagnino chi ritorna nell'elaborazione di un progetto professionale.

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In Francia i ritorni volontari assistiti sono stati 10.000 nel 2018, in Germania 54,006 nel 2016, mentre in Italia solo poco più di duemila da giugno 2016 a oggi. 752 di questi ritorni sono stati attuati da vari enti, tra cui l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) e il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir). Circa 1500 persone hanno poi fatto ritorno nel paese d'origine tramite un programma straordinario gestito direttamente dall'Oim. Il nuovo bando indetto dall'attuale governo prevede soltanto 2.700 rimpatri volontari per il periodo 2019-2021: appena 666 all'anno. D'altronde, Salvini ha affermato che la sua priorità restano i «rimpatri coattivi», cioè forzati. Inoltre, il CIR, che ha partecipato al bando per le attività che dovrebbero iniziare a febbraio, al 28 gennaio non ha ancora ricevuto alcuna risposta.

Secondo Elisabetta Tuccinardi, responsabile del progetto del Cir, alcuni migranti «chiedono di tornare perché la congiuntura economica in Italia è peggiore di quella che credevano», altri lo fanno perché viene loro negata la protezione umanitaria, altri perché «non avevano idea di poter dormire per strada». «Inizialmente vedevo il ritorno volontario assistito come una misura espulsiva e avevo difficoltà a confrontarmi con i migranti», spiega Tuccinardi, che per questo si impegna a verificare tramite vari colloqui che la motivazione a tornare sia forte e che la famiglia sia d'accordo. Tuccinardi definisce il ritorno volontario «una migrazione al contrario, con tutte le difficoltà e i drammi che una migrazione comporta».

Grazie al progetto del Cir, Stephen è riuscito a tornare in Ghana nel gennaio 2017. Con l'aiuto del programma ha comprato un maiale e un frigorifero ed è diventato il primo rivenditore di carne congelata di Doma Ahenkro, il suo villaggio natale. Da metà giugno 2017 Stephen riesce a mantenere la sua famiglia. Anche Arnol ha ripreso in mano la sua piccola fabbrica di calzature, grazie all'aiuto del partner locale del CIR e del governo colombiano. Per lui «tornare è stata la cosa più bella che possa succedere a un essere umano, perché è come quando una persona è sequestrata e poi torna in libertà, torna nella normalità».

Quelli che scelgono di tornare a casa: chi sono gli immigrati che lasciano l'Italia foto 1

 Stephen nel suo negozio di carne congelata |

I programmi di ritorno volontario assistito sono iniziati in Italia negli anni Novanta per permettere il rientro delle migliaia di profughi provenienti dai Balcani, in possesso di permessi umanitari temporanei. Il ritorno volontario assistito è stato formalizzato per la prima volta nel 1998 nel Testo Unico sull'immigrazione, ma da allora i numeri sono rimasti bassi. La colpa, secondo gli addetti ai lavori, è dei finanziamenti a singhiozzo, ma anche della mancanza di informazione. Tranne quelli come Arnol e Stephen che sono stati informati dell'iniziativa da conoscenti, sono in pochi a essere al corrente dell'esistenza di questa possibilità. La campagna d'informazione istituzionale per il bando del 2016 è stata lanciata quasi un anno dopo, nell'estate 2017.

Quelli che scelgono di tornare a casa: chi sono gli immigrati che lasciano l'Italia foto 2

La piccola fabbrica di Arnol |

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