La legge sull’autonomia delle Regioni? «È una secessione di fatto, politica e culturale»

L’economista Gianfranco Viesti a Open: «Il processo di sgretolamento del Paese è inarrestabile: quando queste regioni avranno ottenuto tutto il potere, nessuno potrà più toglierglielo»

È una falsa partenza quella dell’autonomia per Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna in esame in consiglio dei Ministri. A mettersi di traverso, il Movimento 5 Stelle che ha espresso tutti i suoi timori in un dossier in cui si dice contrario alla misura che, a suo dire, «creerebbe cittadini di serie A e di serie B», soprattutto con riferimento al Sud. Il tema è invece caro alla Lega e tornerà a essere esaminato la prossima settimana, in un vertice politico tra Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Giuseppe Conte. Così è stato deciso nel corso della riunione del Consiglio dei ministri di ieri (14 febbraio) in cui il ministro per gli Affari regionali, Erika Stefani, ha presentato la sua relazione sulle bozze di intese con Lombardia, Veneto ed Emilia-romagna.

Una delle voci più critiche della riforma è quella dell’economista Gianfranco Viesti: insegna Economia applicata alll’Università di Bari, si occupa di economia internazionale, industriale e regionale e di politica economica e, soprattutto, ha dedicato alla riforma un breve saggio Verso la secessione dei ricchi?, pubblicato con Laterza e scaricabile gratuitamente. Il suo giudizio sulla riforma dell’autonomia differenziata è pessimo, da ogni punto di vista, dice a Open.

Viesti, quali sono i punti critici della riforma secondo lei?

«Arriva alla decisione immediata un testo che fino a poche ore fa era in discussione e che comunque a tutt’oggi nessuno conosce. Nessuno l’ha letto, nessuno lo ha discusso, i cittadini non lo conoscono e non lo conoscono neppure i residenti delle regioni interessate. È un comportamento da Paese estremamente poco serio. È un colpo di mano».

Un colpo di mano?

«Si può essere favorevoli o contrari, ma resta il fatto che si tratta di cambiamenti di portata colossale: altro che reddito di cittadinanza. E il fatto che si arrivi alla decisione con questo processo oscuro e segreto di trattative all’interno della Lega è inaccettabile dal punto di vista democratico. Anche perché, come pochi italiani sanno ma come è, nel caso di ratifica parlamentare il testo non può essere toccato da nessuno».

Perché?

«Perché è un’intesa tra Stato e Regione e dunque qualsiasi modifica dell’intesa richiede l’assenso della Regione».

E però ci sono stati dei referendum consultivi in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

«Certamente. Ma in Lombardia ha votato circa un terzo degli elettori: che i cittadini di quella Regione siano a favore di questa proposta è del tutto discutibile. A cominciare dal sindaco di Milano, che ha recentemente scritto sulla prima pagina de la Repubblica che lui è contrario. L’aspetto fondamentale è un altro: i cittadini di queste aree hanno tutti i diritti di chiedere. Ma non hanno il diritto di deliberare: quello ce l’hanno i cittadini italiani e i loro rappresentanti in Parlamento. Ognuno chiede quello che ritiene, ma il potere di decidere è degli italiani, non dei veneti o dei lombardi. È nelle mani del Parlamento italiano. Le argomentazioni a favore di quei referendum consultivi avrebbero un valore se tutti gli italiani si fossero espressi su questa materia: cosa che non potrà mai succedere perché il referendum abrogativo o anche propositivo su questa materia è vietato, essendo materia di spese».

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La ministra per gli Affari Regionali Erika Stefani. Ansa/Angelo Carconi

Cosa accadrà ora?

«Non è prevista la discussione di merito o emendativa: è previsto solo il voto di ratifica in Parlamento (anche se Salvini ha aperto a una preliminare discussione parlamentare prima del voto ndr). Si accenderanno molto gli animi nel Paese: la politica rinuncia a proporre soluzioni che possano andare bene a tutti gli italiani. Ma, nel più pieno spirito leghista, prende le parti di alcuni contro gli altri. Si soffia sul fuoco di una contrapposizione tra territori e cittadini di diversi territori che è molto pericolosa per le dinamiche del nostro Paese. Se il Parlamento dovesse approvare, tutto il potere decisionale in materia finanziaria e di merito finisce nelle mani di commissioni paritetiche. Nove persone nominate da Luca Zaia, nove persone nominate dalla ministra per gli Affari regionali e Autonomie, Erika Stefani – quindi chiaramente che parteggiano per una parte – avranno il compito di produrre tutta la regolamentazione attuativa in questo enorme coacervo di materie. Il processo di sgretolamento del Paese sarà inarrestabile».

Quindi è d’accordo con il governatore della Campania Vincenzo De Luca, che ha parlato di «cafoneria istituzionale di governo»?

«È un problema politico, non di bon ton. Stiamo parlando di chiudere il Servizio sanitario nazionale, di regionalizzare la scuola in due Regioni, di abolire le normative nazionali in tema di ambiente e di beni culturali, di dare alle Regioni potere di veto sulla realizzazione di infrastrutture. Da quanti mesi discutiamo sulla Tav? E contemporaneamente stiamo con nonchalance attribuendo alle Regioni la potestà esclusiva in materia di realizzazione di infrastrutture».

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Quanto pagherà il Sud?

«Una cifra enorme, sebbene non quantificata. Il che fa ovviamente parte del gioco, perché se vengono fuori le cifre prima, si sollecita maggiormente la resistenza. Invece, come è già avvenuto per l’attuazione del federalismo fiscale per i comuni, la trasformazione di principi in cifre sarà graduale, progressiva e il più nascosta possibile, in modo che nessuno possa collegare la mancanza di soldi per gli insegnanti di sostegno o per la mensa scolastica al sud all’autonomia differenziata delle Regioni Veneto e Lombardia. È una grandissima e molto interessante operazione di comunicazione politica».

È il primo passo verso la secessione?

«Sì. È una secessione di fatto, politica e culturale. Aver posto la questione in questi termini è già una secessione culturale. Approvarla diventa una secessione di fatto ed è uno sgretolamento delle strutture nazionali inimmaginabile fino a qualche tempo fa. Non commettiamo l’errore di leggere tutto questo solo in chiave di contrapposizione nord-sud: il trasferimento dei poteri dalle amministrazioni centrali a quelle regionali è colossale e questo implica uno sgretolamento della capacità di regolazione dello Stato centrale. Diveniamo un Paese assolutamente frammentato nei diritti dei cittadini in base alla latitudine, e nelle politiche pubbliche. Non ci saranno più standard ambientali nazionali, ci saranno standard ambientali regionali e dunque questo potrebbe segnare profondamente la storia del paese. Del referendum di Renzi, che pure, me lo lasci dire, era importante ma meno per gli aspetti delle politiche pubbliche, si è discusso sulle prime pagine dei giornali quanto? Di questo nulla. Manca curiosamente, in questa discussione, l’opposizione a contrastare le tesi del governo. Che ha campo totalmente libero. Il silenzio del Pd è stato una condizione fondamentale perché questo processo arrivasse dove è arrivato».

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Barbara Lezzi, ministra per il Sud, e Matteo Salvini, ministro dell’Interno. Ansa/Riccardo Antimiani

Eppure il governo è fatto da due forze, e l’altra – il M5S – pesca voti al Sud.

«Chi lo sa: il Movimento 5 Stelle è così difficile da leggere. All’interno ci sono forti resistenze, ma vedremo se sono sufficienti a causare una crisi di governo. Io me lo auguro, altri si augureranno di no. Di certo siamo già in una situazione molto difficile, perché l’eventuale approvazione in Consiglio dei ministri alza la posta: o si fa o cade il governo. Il fallimento totale del Movimento è stato proprio quello di non aver impedito che questo provvedimento così forte e improvviso arrivasse così velocemente in Cdm».

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