Insulti social contro Primo Levi. Perchè l’antisemitismo cresce nel degrado social

di Cristin Cappelletti

Durante la commemorazione dei cent’anni dalla nascita di Primo Levi, il programma radiofonico «Fahrenheit» ha ricevuto sms offensivi. Lo scrittore Eraldo Affinati a Open: «È il frutto di una grande fragilità identitaria e il desiderio di trovare un nemico a cui affibbiare tutte le colpe»

La trasmissione Fahrenheit ha deciso di commemorare – durante la sua diretta su Rai Radio Tre – i cent’anni dalla nascita di Primo Levi, lo scrittore torinese sopravvissuto all’olocausto. Ma nessuno poteva immaginare che scelta avrebbe scatenato un’ondata di insulti e offese, non tanto sulla sua figura, ma sul suo essere ebreo. «Basta parlare di ebrei», «dovete fare cultura, non politica», questi gli sms che la conduttrice Loredana Lipparini ha deciso di leggere in diretta, giustificando poi su Twitter questa scelta.

«Rispetto a qualche anno fa, c'è stato un peggioramento: questi sms arrivavano quando parlavamo di rom. Dunque la platea dell'odio si allarga. Comunque li ho letti, li abbiamo pubblicati. Non è tolleranza, è esposizione della realtà. Questi sono ascoltatori di Radio Tre. Amano i libri e la musica, ma non vogliono sentir parlare di ebrei. Che piaccia o no, è la realtà, e penso sia indispensabile conoscerla». Open ne ha parlato con Eraldo Affinati, docente e scrittore, che nel 2007 ha deciso di un compiere un viaggio da Venezia ad Auschwitz.

Il nonno è stato fucilato dai nazisti nel '44, mentre la madre è riuscita a fuggire da un treno che la stava per portare ad Auschwitz. Ed è proprio in Polonia che Affinati è voluto andare, dopo aver dedicato la sua vita a leggere quelli che lui definisce «i cronisti del massacro»: Levi, Semprun, Antelme. 

Insulti social contro Primo Levi. Perchè l'antisemitismo cresce nel degrado social foto 2

ansa |Eraldo Affinati

Come si spiega questa vicenda?

«Diciamo che c’è un antisemitismo evidente su scala europea. I recenti fatti a Parigi degli ultimi giorni ne sono una prova, quello che è successo in Italia non mi sorprende molto. Viviamo in un’epoca in cui c’è un’apparente libertà di espressione che porta molte persone a esprimere giudizi evidentemente razzisti, senza però sapere quello di cui sta parlando e senza pagare il prezzo delle parole. 

Il mondo dei social sembra legittimare ogni opinione proprio perché chi lancia il sasso nasconde la mano e difficilmente può essere identificato. C’è una sorta di mancanza di responsabilità della parola in questo frangente, quindi l’antisemitismo è purtroppo un vecchio fantasma novecentesco, però la forma che sta assumendo oggi è legata, a mio avviso, al degrado della comunicazione che si sviluppa sui social».

Stiamo parlando di antisemitismo, razzismo o di entrambi?

«Credo che quanto successo sia molto legato all’ignoranza che però non possiamo liquidare facilmente. Questa stupidità insulta sia il nero che l'ebreo e mescola il razzismo all'antisemitismo. Questa non conoscenza delle cose è frutto di una superficialità che coinvolge un po’ tutti, e lo affermo come insegnante, essendo stato spesso a contatto con ragazzi difficili.

Noto che molto spesso l’ambiente sociale in cui questi ragazzi crescono, gli stereotipi, le famiglie da cui provengono, influiscono su queste posizioni da una parte. Dall’altra queste esternazioni sono frutto di una grande paura, un’insicurezza, di una grande fragilità identitaria e il desiderio di trovare un nemico con cui affibbiare tutte le colpe, che può essere chiunque, nero, ebreo o il ragazzo che hai di fronte, trasformandosi quindi in episodi di bullismo. Alla base abbiamo questa paura del confronto umano e la reazione è un urlo isterico».

Insulti social contro Primo Levi. Perchè l'antisemitismo cresce nel degrado social foto 1

Di recente la Francia ha deciso di equiparare l’antisemitismo all’antisionismo.

«È un accostamento rischioso perché non si dovrebbe poter giudicare in modo schematico, generale, ideologico, universalistico. Bisognerebbe giudicare sempre caso per caso capendo di cosa stiamo parlando. Si rischia di creare uno schema generale che rischia di essere vincolante. Se creiamo uno schema generale rischiamo di non cogliere lo specifico che ogni volta può essere diverso».

Questo episodio è frutto di un clima di odio o è un caso isolato?

«Oggi il razzismo appare sdoganato. La pulsione alla violenza viene sempre alla luce. Ho sempre avuto un approccio antropologico nei confronti della shoah, sono andato ad Auschwitz per capire la specie umana, e come spesso sottolineo, c’è un fondo di malvagità nell’uomo che passa senza soluzione di continuità da un contesto storico a un altro.

Non mi illudo che si possa trovare presto una soluzione totale e definitiva a questa pulsione animale. L’uomo si è inventato il matrimonio, i codici, la scuola, il patto sociale, proprio per contrapporsi a questa natura. Le congiunture storiche ripropongono l’antisemitismo secondo nuove forme. Nell’uomo, alla fine, c’è sempre una pulsione malvagia».

Qual è il ruolo delle istituzioni?

«Come educatore credo che la scuola debba sempre ricominciare da capo e non dare mai nulla per scontato. Non bisogna pensare che le la nuova generazione possa aver risolto i problemi di quella precedente: é nella scuola che si deve lavorare con maggiore intensità, è uno specchio della società. Il vero problema che affrontiamo oggi è che è spesso isolata rispetto al mondo esterno, i professori, i maestri vivono un isolamento superiore rispetto ai loro colleghi di vent’anni fa. La scuola è rimasta da sola».