Perché la scuola italiana non si occupa di salute mentale?

Secondo un rapporto dell’Ocse, la scuola italiana è tra le più ansiogene d’Europa. Eppure nel nostro Paese la legge non prevede un dispositivo di tutela alla salute mentale negli istituti scolastici 

L’anno scorso Molly Robinson, una ragazza inglese di quindici anni, ha iniziato a sentire un dolore di cui non riusciva ad identificare la provenienza. Il suo malessere era causato da una malattia che non le era stata diagnosticata, ma i sintomi hanno iniziato a farla sentire sempre più stressata e angosciata. Quando ha chiesto aiuto allo psicologo della scuola, si è però vista iscrivere su una lunga lista d’attesa. Nei mesi successivi, le condizioni di Molly sono peggiorate, fino a quando non è più stata in grado di andare a scuola.

Insieme a un gruppo di compagni di Maryport, una piccola cittadina sulla costa ovest dell’Inghilterra, che l’hanno aiutata a rimettersi in piedi, Molly ha fondato We Will. Questo gruppo giovanile e autonomo offre sostegno a studenti con difficoltà psicologiche per supplire alle lacune dei servizi pubblici. Gli adolescenti si sono auto-formati alla tutela della salute mentale e assistono i loro coetanei che hanno bisogno di aiuto. I principali problemi che il gruppo di giovani si trova a trattare sono l’ansia da prestazione scolastica e la difficoltà ad affrontare interrogazioni e esami.

Molti studenti italiani si trovano nelle condizioni di Molly. Secondo un rapporto dell’Ocse, la scuola italiana è tra le più ansiogene d’Europa. Questo espone gli adolescenti a rischi psicologici e malessere: i quindicenni italiani sono più ansiosi dei coetanei europei e meno soddisfatti della loro esistenza. Il suicidio è la terza causa di mortalità tra i giovani fino a 19 anni. In aprile 2018 – per citare uno tra i tanti casi di attualità –  un quindicenne si è gettato in un cortile da un’altezza di dodici metri perché, ha scritto: «Non vado a bene a scuola, scusate». In Italia però lo Stato non prevede interventi di supporto psicologico nelle scuole. «Non esiste in Italia una regolamentazione nazionale rispetto a dei servizi di psicologia all’interno scuole», spiega a Open Emanuela Confalonieri, docente di Psicologia all’Università Cattolica di Milano e specializzata in psicologia adolescenziale, «Il problema è pratico perché mancano i fondi, ma anche culturale perché non si è ancora accettato che gli adolescenti possono avere bisogno di un supporto psicologico».

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Roma, all’Istituto Santa Maria un tredicenne muore dopo essere precipitato dalle scale, lasciando un biglietto

In assenza di un quadro normativo statale, tutto sta alla volontà dei singoli istituti, che possono decidere di ospitare il C.I.C. (Centro di Informazione e Consulenza), istituito dalla Legge n° 162 del 26 giugno 1990. Questo «sportello di ascolto» è in genere finanziato congiuntamente dalle scuole e dalle aziende sanitarie. Riccardo, ventunenne romano, ha frequentato una delle scuole superiori che beneficiavano di questo servizio, finanziato dall’ASL. Per lui, quei 40 minuti alla settimana passati «gratuitamente, con una dottoressa molto brava», sono stati fondamentali. «Non solo mi ha aiutato a risolvere i miei problemi personali», spiega Riccardo a Open. «Mi ha aiutato a sdoganare di fronte ai miei compagni di classe il fatto di avere delle difficoltà psicologiche e emotive, a fargli capire che non solo i pazzi vanno dall’analista ma anche i loro vicini di banco». I pregiudizi rispetto alla salute mentale sono tra i motivi che hanno spinto i ragazzi di Maryport a creare We Will. «I genitori non accettano che i loro figli non stiano bene, dicono ‘oh, sono solo ormoni’» racconta Chloe Wilson, una diciassettenne che fa parte dello staff dell’associazione. Hanah Pantling, 18 anni, è d’accordo: «La generazione dei nostri genitori ci spinge a sopportare e andare avanti, mentre i ragazzi hanno quell’attitudine da rugbista: ‘sii un duro e non versare una lacrima’».

Il servizio di cui ha beneficiato Riccardo non è disponibile a tutti gli adolescenti italiani, e quando lo è le condizioni spesso non sono le migliori. Nella maggior parte dei casi, lo psicologo è presente nella scuola soltanto un paio d’ore alla settimana. «Un ragazzino che vuole riprendere un appuntamento di trova spesso a dover aspettare 2 o 3 settimane» spiega Confalonieri. Secondo il Professore Cesare Cornoldi, docente di psicologia e presidente dell’Associazione Italiana per la Ricerca e l’Intervento nella Psicopatologia dell’Apprendimento (AIRPA), circa la metà delle scuole forniscono questi servizi, che funzionano però a progetto e rischiano quindi di avere una vita breve e un andamento a singhiozzo. A supplire questa carenza, «Gli insegnanti si trovano a fare da psicologi, a parlare di droga, di depressione adolescenziale e problemi sessuali con i ragazzi, che con tutta la buona volontà, rischiano di fare più danni che altro» spiega l’esperto a Open.

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