Un progetto tedesco dimostra l’esistenza delle razze? Assolutamente no!

di Juanne Pili

Il rischio di rigetto nelle donazioni di sangue o nei trapianti può avvenire anche tra individui di una stessa popolazione, non dimostra l’esistenza di razze umane. Presumere che esistano può portare leggendo i dati scientifici, a conclusioni assurde, ecco perché

Un articolo pubblicato sul Primato nazionale riguardo ad un progetto tedesco finanziato dall'Unione europea, volto ad aiutare popolazioni di rifugiati che rischiano di non poter ricevere trasfusioni di sangue, viene suggerito come presunta prova del fatto che effettivamente esistono le razze umane e che per quanto ci sforziamo di considerarle una costruzione culturale, non esistano affatto prove del genere che neghino la loro esistenza. Inoltre, chi nega l'esistenza delle razze ostacolerebbe la ricerca scientifica.

Un progetto tedesco dimostra l'esistenza delle razze? Assolutamente no! foto 2

L'articolo del Primato nazionale

Ci hanno detto che le razze non esistono come fatto biologico, che sono solo «costrutti sociali». Naturalmente si tratta di una mistificazione che non trova riscontro nei dati reali … Insomma, in Europa la ricerca ematologica su base etnica è ancora in ritardo, soprattutto a causa delle resistenze ideologiche degli «antirazzisti» che, contro ogni evidenza scientifica, si ostinano a negare l’esistenza delle razze in nome del politicamente corretto.

Effettivamente il progetto a cui si fa riferimento, il BluStar.NRW, ha come premessa delle variabili genetiche rare in diverse popolazioni di «etnie non europee», quindi se ne potrebbe dedurre che le nostre conoscenze biologiche e mediche dimostrino l'esistenza di razze umane, anche se fino ad oggi nessuno è mai riuscito a realizzare un catalogo coerente che le definisca per caratteristiche e numero. In realtà sono proprio le nostre conoscenze su come funziona l'evoluzione – a livello interdisciplinare – a farci comprendere le ragioni del progetto in modo totalmente diverso.

Non esistono dati reali che smentiscono le razze?

I riscontri ci sono e tanti. La variabilità genetica fa sì che nessuno di noi sia uguale a un altro per codice genetico. Per questo motivo due tedeschi potrebbero non essere compatibili per un trapianto o per una trasfusione, ragione per cui le SS si tatuavano il gruppo sanguigno nel braccio.

Giorgio Bertorelle introducendo il suo corso di biologia evoluzionistica, spiega che questa variabilità all’interno delle popolazioni di una stessa specie si conosce già dalle «leggi di Mendel», prima di Darwin, il quale a sua volta era già morto da un pezzo quando Watson e Crick presentarono il modello a doppia elica del Dna, più recentemente invece siamo riusciti a sequenziare l’intero genoma umano, continuando ad avere un «riscontro nei dati reali». Tutto questo trova applicazioni in diverse discipline:

Quindi, la genetica di popolazioni studia come e perchè variano, o restano costanti, le frequenze degli alleli e dei genotipi nelle popolazioni … Si applica a molte discipline: evoluzione, conservazione, medicina, scienze forensi, agraria, tassonomia, genomica, etologia.

Questa è la ragione per cui possono esistere popolazioni di una stessa specie con più probabilità di incorrere ad un rigetto. Tale variabilità non è rilevante rispetto all'intero genoma. Ci basti pensare che le differenze tra umani e scimpanzé a livello genetico sono del 1,4%, mentre la variabilità tra di noi è dell’uno per mille.

Potremmo essere coreani a nostra insaputa

Presumere l'esistenza di razze umane può portarci a leggere i dati scientifici arrivando a conclusioni assurde. Come spiega molto bene nelle sue numerose conferenze il genetista Guido Barbujani, le differenze sono così irrilevanti che persino i test che vorrebbero tracciare le nostre origini ancestrali – mediante l’invio di un tampone di saliva – non sono molto attendibili. Un caso emblematico coinvolse James Watson assieme all’autore della prima mappatura del genoma umano Craig Venter e Seong-Jin Kim.

Un progetto tedesco dimostra l'esistenza delle razze? Assolutamente no! foto 1

Tratto da un convegno di Guido Barbujani |Variabilità genetica tra tre famosi genetisti

I tre scienziati, rispettivamente due americani bianchi e un coreano, confrontarono tra loro i propri genomi. La cosa interessante – per quanto insolita – è che Watson e Venter presentavano meno fattori genetici in comune di quanto ognuno di loro ne avesse col coreano Kim. Insomma, avremmo potuto considerare Watson e Kim (o Venter e Kim) della stessa «razza». Questo per farci un’idea di quanto infondate siano le tesi razziste.

I sardi sono una razza?

La popolazione sarda per via delle sue particolari varianti genetiche è stata interesse di studio anche nella ricerca sulle malattie rare, tanto che è stata pubblicata una ricerca su Nature che ha contribuito a comprendere meglio il funzionamento del genoma umano

Usando modelli statistici abbiamo correlato l’RNA delle cellule nucleate del sangue con il DNA. Ciò ci ha consentito di identificare migliaia di varianti genetiche in grado di influenzare quantità e sequenza di determinati RNA e di fornire importanti informazioni sui meccanismi di azione di varianti genetiche in grado di influenzare il rischio di malattie o di altre variabili rilevanti per la salute.

A parte il curioso accento e una testardaggine unica riscontrata in buona parte della popolazione, potremo tutti concordare nel fatto che non sussistono sufficienti elementi per ritenere i sardi una razza umana.

Cosa ci insegna davvero sull'Umanità il progetto BluStar.NRW

Leggiamo ora cosa si legge nel sito del progetto europeo BluStar.NRW:

Trovare donatori adatti per il trasferimento di sangue e di cellule staminali non è facile. Per le persone di un diverso gruppo etnico, questo è ancora più difficile perché possono avere caratteristiche molto rare di sangue e di cellule staminali che non sono o sono solo parzialmente in linea con quelle dei cittadini europei.

Prima della trasfusione occorre eseguire una prova di compatibilità – come avviene con tutti, è una prassi – nel documento troviamo scritto anche che «i medici curanti in molti casi si affidano a depositi di sangue da donatori con specifiche caratteristiche del gruppo sanguigno». Il problema è nella distribuzione in una popolazione di determinate varianti, in questo caso nel gruppo sanguigno e negli anticorpi del sistema immunitario.

Quel che sfugge a chi cita il progetto è la seconda parte, dove si parla dei vantaggi che conseguiremo – per tutti – a livello di ricerca, anche sulle cellule staminali, e nello sviluppo di nuove tecniche per eseguire test del sangue più efficaci. Ciò che rallenta la ricerca potrebbe essere il «razzismo» di certi gruppi ideologizzati, volto a disinformare sui progressi che progetti di questo tipo comportano, per la salute di tutti.

Infine, nessuno mette in dubbio che esistano donatori compatibili per aiutare individui di popolazioni diverse, così come è possibile che due americani risultino diversi tra loro, più di quanto non lo siano individualmente rispetto a un coreano. Perché i dati concreti ci confermano continuamente che gli esseri umani sono tutti uguali.

Per approfondire: