Cosa può succedere in Libia e che ruolo potrà giocare l’Italia?

L’Italia potrebbe giocare un ruolo fondamentale nel risolvere la crisi libica e fare da argine ad Haftar. Ma per farlo deve uscire dall’isolamento diplomatico in cui si trova. L’intervista ad Arturo Varvelli, ricercatore Ispi e co-direttore del centro studi sul Mediterraneo e Nord-Africa

Continua l’avanzata del generale Khalifa Haftar verso Tripoli. Ormai il suo esercito aveva raggiunto le porte della città, ma l’offensiva è stata al momento respinta dalle forze del governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj. Continuano i bombardamenti: si parla di migliaia di sfollati, più di cento morti, tra cui decine di bambini. Si parla anche di bambini arruolati nell’esercito, di migranti intrappolati nei centri di detenzione senza cibo, di persone che scappano verso la Tunisia. Le Nazioni Unite hanno già lanciato l’allarme.

Cosa ne sarà della Libia? Non è chiaro quanto durerà l’assedio di Haftar e con quale scopo, se punta davvero a sostituirsi al Governo di al-Sarraj. Dipenderà non soltanto dalla volontà dei suoi alleati – in primis i Paesi del Golfo – di continuare a fornirgli assistenza materiale. Ma dipenderà anche dalla volontà dell’Italia di creare un fronte unito con gli Stati Uniti e altri Paesi alleati per cercare una mediazione. Ne abbiamo parlato con Arturo Varvelli, ricercatore Ispi e co-direttore del centro studi sul Mediterraneo e Nord-Africa.

Cosa possiamo aspettarci dalle Nazioni Unite?

Poco sinceramente. Hanno già fatto quello che potevano fare. Non mi sento di additare nessuna responsabilità: le Nazioni Unite funzionano soltanto quando c’è una comunità che si attiene a una posizione univoca. Questo non è il caso attualmente. La comunità internazionale dietro al ruolo delle Nazioni Unite non è per nulla univoca. Cerca di parlare a una voce, ma non ci riesce. Lo sappiamo benissimo che poi le dichiarazioni congiunte non vengono rispettate perché alcuni componenti si comportano in maniera differente. Il caso della Francia è piuttosto esplicativo: firma i comunicati congiunti con Stati Uniti, Italia e Regno Unito ma poi sostanzialmente continuano ad appoggiare il generale Haftar.

Sono così inconciliabili le posizioni dell’Italia e della Francia?

Come ha scritto il Wall Street Journal credo che la responsabilità maggiore dell’ultima azione di Haftar sia dell’Arabia Saudita e degli Emirati. Sicuramente dal Golfo hanno spinto di più che da altri parti. È vero che dietro a Haftar c’è sempre stata la Francia, la Russia e anche l’Egitto. Credo che la Francia sia un po’ scottata da questa vicenda perché è stata smascherata ancora una volta la sua ambiguità, quindi potrebbe tornare ancora una volta sui suoi passi.

Non c’entra soltanto il petrolio quindi?

Le posizioni sono differenti perché gli interessi sono differenti, anche all’interno di chi appoggia Haftar. L’obiettivo russo è diplomatico, ovvero arrivare a fare il mediatore, sostituendosi agli Stati Uniti. I Paesi del Golfo sono tormentati dall’idea che Tripoli possa cadere in mano alla Fratellanza mussulmana, appoggiata da Qatar e Turchia. Poi c’è anche da parte loro l’interesse a controllare indirettamente un Paese produttore di petrolio. La Francia ha interessi petroliferi in Cirenaica, per questo appoggia Haftar. Poi c’è anche un’affinità per quanto riguarda la lotta contro il terrorismo: Haftar si è proposto di essere un campione contro il terrorismo, anche se all’interno del suo esercito ci sono milizie salafite pagate dall’Arabia Saudita.

L’Italia in tutto questo come si posiziona?

L’unico obiettivo a lungo termine dell’Italia è riavere una stabilità. Credo che la strategia italiana negli ultimi anni sia stata corretta: la strategia dice che la pace e la stabilità in Libia può essere solamente portata da una serie di accordi sul terreno. Non è possibile che un solo attore domini tutto il Paese, perché la pace non può uscire da un bagno di sangue. Una posizione saggia perché sul terreno nessuna delle parti è in grado di dominare l’altro.

Neppure Haftar?

Le attuale condizioni ci dicono che Haftar non è in grado di entrare nella capitale. Si sono mosse le milizie di Misurata che si sono spostate a Tripoli e sostanzialmente hanno decretato la fine dell’avanzata di Haftar. Da qui non sappiamo se nei prossimi giorni, mesi o anni Haftar riuscirà a ottenere una serie di appoggi esterni che faciliteranno il suo ingresso. Certamente se dovesse continuare la guerra è possibile che anche lui possa uscirne avvantaggiato.

Haftar tornerà sui suoi passi?

Haftar si reputa sostanzialmente “la soluzione” alla crisi libica. Ma dipenderà dall’appoggio esterno. La posizione russa e francese potrebbe essere stemperata. Confido pochissimo nella posizione dei Paesi del Golfo che hanno fatto un investimento e vorranno continuare con questo investimento. Dall’altra parte però c’è bisogno che ci sia un altro asse altrettanto forte. Può essere costituito soltanto dall’Italia e dagli Stati Uniti.

Quali carte può giocarsi l’Italia?

Ci siamo auto-isolati. Non parliamo con la Francia perché abbiamo una crisi in corso dai gilet gialli in poi. Con la Germania non abbiamo un grande feeling, neppure con l’amministrazione Trump a causa dell’accordo sulla Via dell Seta. L’Italia potrebbe uscire da questo auto-isolamento proprio sfruttando le proprie relazioni e capacità sulla Libia. Abbiamo una relazione speciale con la città di Misurata, che ha una milizia importante. Abbiamo delle leve anche a Tripoli: siamo gli unici ad avere un’ambasciata aperta e un ambasciatore estremamente competente. Spetta al Governo sfruttarle.

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