La famiglia rom assediata a Casal Bruciato: «Mio figlio è italiano» – La videointervista

di Giulia Marchina

«Per scendere a prendere un caffè devo farmi scortare dalla polizia», confida Clinton che vorrebbe invece poter relazionarsi coi vicini e avere un sano confronto con loro. «Noi però da qui non ce ne andiamo», dicono Imer e Senada

Senada e Imer arrivano dalla Bosnia nel 1992. Prima al campo di Tor de Cenci, poi, negli ultimi sette anni a La Barbuta. Hanno 12 figli, il più grande non vive con loro perché si é sposato da poco, e sia lui che il secondo genito sono cittadini italiani, avendo ottenuto la cittadinanza appena diventati maggiorenni perché nati su suolo italiano, come i restanti 10 fratelli. Imer lavora al mercatino dell'usato, insieme al figlio Clinton di 20 anni, nel quartiere Boccea, alla periferia di Roma. I bambini più piccoli vanno tutti a scuola, tranne l'ultimo nato, di due anni appena.

Hanno ottenuto la casa di via Satta, a Casal Bruciato, dopo aver fatto regolare domanda che li ha fatti entrare in graduatoria. Sono arrivati a Casal Bruciato lunedì, ma non sono potuti entrare. La serratura era stata otturata dalla colla messa lí -dicono loro- da qualche vicino. E così la mamma e i figli hanno dormito sulle scale, prima che il fabbro, incaricato dal Comune, arrivasse per sostituire il nottolino. 

Ora in quella casa ci sono entrati, hanno l'acqua, ma manca la luce. A terra ci sono alcuni materassi, poi un tavolo con cibo e bevande. Dicono di non sentirsi sicuri, di non sapere come vivere in questo modo. «Per scendere a prendere un caffè devo farmi scortare dalla polizia», confida Clinton che vorrebbe invece poter relazionarsi coi vicini e avere un sano confronto con loro. «Noi però da qui non ce ne andiamo», dicono Imer e Senada, «questa casa ce la siamo conquistata con i nostri sacrifici».