La sfida bio di Carmignano ai pesticidi: il piano sostenibile che salva i posti di lavoro

Ambiente e lavoro: per anni in Italia si è pensato che le due cose dovessero per forza escludersi a vicenda. Dalla provincia, però, arrivano testimonianze ben diverse: «Oggi non c’è un’alternativa al sostenibile: o così, o il territorio muore e il lavoro finisce».

Quando in una biglietteria di Firenze si prova a chiedere quale sia il percorso migliore per arrivare Carmignano, al di là del vetro strizzano gli occhi come a dire che non ce ne sono. Ma quella macchia a nord-est della Toscana, a pochi chilometri da Prato, è una dei comuni protagonisti della riforma del Pan, il piano d’azione nazionale per l’uso sostenibile dei pesticidi, in discussione a Roma il 12 giugno.

In un Paese come l’Italia, che è posizionato al terzo posto per consumo di pesticidi in Europa, l’obiettivo del Comune è a dir poco ambizioso: entro il 2020, la giunta vorrebbe creare il primo biodistretto italiano, coinvolgendo nella lotta ai fitofarmaci tutta l’area del Montalbano. Già dal 2016 a Carmignano esiste uno sportello verde, che aiuta i contadini a passare a un’agricoltura sostenibile traendone più vantaggi possibili.

«Un tipo di sistema produttivo ed economico ha chiaramente fallito», dice Edoardo Prestanti, giovane sindaco di Carmignano. Insieme all’agronomo Mario Apicella, vogliono rendere la realtà di provincia un’avanguardia per la ripartenza economica, e non più l’ultima ruota del carro: «Oggi non c’è un’alternativa al sostenibile: o così, o il territorio muore e il lavoro finisce».

OPEN |Carmignano: i terreni coltivati incontrano i boschi. Foto di Vincenzo Monaco

«In Italia è difficile far saltare la convinzione che o si pensa all’ambiente o si pensa al lavoro», dice Prestanti. «Ma non è così: secondo i dati del centro per l’impiego, qui a Carmignano l’occupazione è aumentata del 50% da quando abbiamo cambiato il modo di vivere il territorio. Perché da un ambiente malato si può chiedere molto meno che da uno sano».

Strappare la Toscana al turismo per restituirla al lavoro

«Abbiamo iniziato questo percorso appena tre anni fa e già l’aspetto del territorio è cambiato. I colori sono più vivi, meno artificiali». E infatti le colline di Carmignano sembrano più scapigliate di come ci si aspetterebbe, dal carattere e dalla carica quasi umbra. I terreni coltivati non vanno a sbattere contro le aree boscose che abitano un terzo del crinale del Montalbano, ma ridisegnano insieme un paesaggio molto distante dalle cartoline a cui siamo abituati.

OPEN |Video e montaggio di Vincenzo Monaco

Secondo Prestanti, l’utilizzo ricorrente dei prodotti chimici e l’abitudine alla monocultura hanno creato un immaginario toscano che è del tutto artificiale e nocivo. «Il turismo dei vigneti e delle colline dolci è un bluff», ha spiegato a Open. «La stessa retorica del Chianti è un bluff. Perché la coltivazione intensiva delle viti, troppo spesso con un uso massiccio dei fitofarmaci, ha danneggiato il territorio e la salute di chi lo lavora».

Quello che c’è di vero sono invece le necropoli etrusche che hanno reso Carmignano patrimonio dell’UNESCO nel 2015; è la coltivazione dei fichi, il frutto locale che è si è guadagnato il premio Slow food. Vera è la presenza di Leonardo Da Vinci, che nella frazione Bacchereto andava per far visita a sua nonna; e ancora più veri sono i quasi quindicimila residenti, che nell’ottica del cambiamento hanno scelto di restare.

«Parlare di sostenibiltà significa parlare di tutela dei lavoratori»

A differenza di altri tra i Comuni coinvolti nel ripensamento del Pan, per Carmignano il cammino sostenibile non è una missione identitaria, ma di cura. A Belluno, uno dei distretti in prima linea per la lotta ai pesticidi, la salvaguardia di una qualità della vita già elevata è alla base della resistenza dei cittadini all’inquinamento. La piana fiorentina, invece, quella che da Firenze porta a Prato fino a Pistoia, è una delle aree più avvelenate della Toscana, nonché una tra le più popolate.

OPEN |Vigneti a Carmignano. Foto di Vincenzo Monaco

Secondo Prestanti, la maggior parte delle responsabilità sono da imputare alla forte industrializzazione del territorio. Da una delle finestre della sede del Comune si vedono la manciata di fabbriche che popola la punta est del territorio.

«Quello che abbiamo avuto in eredità dalla forte industrializzazione sono stati danni alla salute dei residenti e una crisi della manifattura di cui ancora paghiamo le conseguenze», dice Prestanti. «Non c’è altro modo per ripensare l’economia se non partendo dal sostenibile».

Immagini e montaggio: Vincenzo Monaco – Open

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