Crisi di governo, 100mila metalmeccanici a rischio. La maggior parte giovani

Michele De Palma, Fiom, e Marco Bentivogli, Fim, sul futuro del settore metalmeccanico nel mezzo della crisi istituzionale

La crisi di governo pesa. E non solo sul futuro della politica italiana. A farne le spese, in questo clima di incertezza, sono i migliaia di lavoratori precari le cui istanze si trovane aperte al ministero dello Sviluppo economico.

Tavoli tra il governo e le aziende che con l’aprirsi della crisi a metà agosto rischiano di risolversi in un nulla fatto. Come il decreto “crisi aziendali” che, approvato lo scorso 6 agosto “salvo intese” dal consiglio dei ministro non è ancora stato convertito in legge.

Abbiamo chiesto a Michele De Palma della Fiom e a Marco Bentivogli, segretario generale della Fim, di raccontare ad Open le conseguenze che potrebbe avere la crisi di governo sugli operai italiani, tenuto conto che il settore rappresenta ancora il 2% del Pil e i precari, confermano i sindacati, hanno per la maggior parte meno di 30 anni.

Il primo rischio, dicevamo, è che, «passati i 60 giorni previsti dal diritto, il decreto crisi aziendali cada nel dimenticatoio», dice Michele De Palma, segretario nazionale di Fiom Cgil, a Open.

Fiat e Autobus Italia

«Una delle situazioni più complicate è quella della Blutec, l’azienda che ha rilevato gli stabilimenti della Fiat di Termini Merese. C’è il problema degli ammortizzatori sociali. Grazie a una triangolazione con il commissario nominato dal tribunale, il Mise e l’Inps siamo riusciti a garantire la copertura per i mesi di maggio e giugno», afferma De Palma. Ma l’incertezza che regna a palazzo Chigi potrebbe far saltare «il resto degli ammortizzatori previsti dal decreto se questo non viene convertito in legge».

Michele De Palma, membro della segreteria Fiom /Ansa

A gennaio Leonardo e Invitalia sono intervenute nel salvataggio dell’Industria Italiana Autobus, la società che è andata in crisi con le attività dell’ex Irisbus a Flumeri (Avellino) e dell’ex BredaMenarinibus a Bologna. Il salvataggio, annunciato dal Mise, prevede una ricapitalizzazione con l’intervento anche della turca Karsan. «La questione è ancora aperta sul tavolo del Mise che ha stilato un piano per concedere ulteriori finanziamenti all’azienda».

Fremono invece gli operai di Pomigliano d’Arco. L’azienda, stabilimento di FCA, ha chiesto al Mise un incontro tra le parti per stabilire una proroga della cassa integrazione. «Hanno bisogno di almeno un altro anno di ammortizzatori sociale e su questo serve un accordo quanto prima con il ministero», continua De Palma.

Bosch e Ilva

Un’incertezza che va da Nord a Sud e non risparmia nessuna regione. «In Italia abbiamo le competenze per produrre, la capacità di ricerca e sviluppo », dichiara De Palma, che ricorda anche le vicende dello stabilimento di Bosch, a Bari, noto per la produzione di pompe per i motori a diesel.

«Negli ultimi mesi c’è stata una perdita a due cifre per il mercato, abbiamo raggiunto un accordo di solidarietà tra gli stabilimenti del Nord e quello di Bari per garantire un livello di produzioni in quest’ultimo che gli consentano di non licenziare i lavoratori». De Palma, con l’accentuarsi della crisi denuncia l’immobilismo della politica: «I lavoratori hanno bisogno di investimenti e l’impresa ha bisogno di certezze».

Sul fronte Ilva, uno dei temi più caldi del Paese, il ministero ha fatto sapere di aver definito la norma che introduce delle specifiche tutele legali per gli acquirenti dell’ex Ilva, Arcelor Mittal, legate alle singole scadenze per la realizzazione del Piano ambientale. La norma è contenuta nel decreto imprese approvato dal Consiglio dei ministri del 6 agosto ‘salvo intese’, che ancora non è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. L’obiettivo era quello di pubblicarlo a fine agosto, per dare più tempo alle Camere per convertirlo. Ma ora si starebbe cercando di accelerare e renderlo operativo già dal 19 agosto.

Automotive: la crisi tedesca colpisce anche l’Italia

Ma a fare le spese di questa crisi, sia economica che istituzionale, è uno dei settori più trainanti dell’economia italiana: quello dell’automotive. «Il settore dell’auto ha trainato l’industria italiana per anni e nel corso di questi anni ha garantito un andamento di tenuta di produzione industriale del paese, ma la crisi è dietro l’angolo e il governo deve intervenire».

Marco Bentivogli, segretario Fim-Cisl / Ansa

Un settore, quello della metalmeccanica, «che riguarda “il 52% delle esportazioni italiane», ricorda a Open Marco Bentivogli, segretario generale della Federazione Italiana Metalmeccanici, Fim Cisl. «La politica ha assunto un atteggiamento anti-industriale, ha riaperto crisi che erano già state risolte. Manca un sostegno totale agli investimenti».

«Perfino il triangolo della metalmeccanica di Milano, Bologna e Treviso che da solo ha il pil della Svezia – continua Bentivogli – ha iniziato a rallentare anche a causa degli aspetti di congiuntura internazionale che riguardano la guerra commerciale. Il nostro paese nelle politiche industriali ha disinvestito per spostarsi su politiche elettoralistiche».

Da 80 a più 200 mila operai. Sono le dimensioni aziendali di chi in questi ultimi giorni è appeso a un filo. «L’Italia risente anche delle crisi all’estero. Nel nostro Paese si realizzano le componentistiche delle macchine tedesche, ma in Germania c’è una frenata nel settore automotive, con un rispettivo calo della domanda di acciaio in Italia».

Sono tanti i posti a rischio, centinaia di migliaia, è la preoccupazione del segretario generale della Fim. «Le aziende non chiuderanno domani», dice Bentivogli, «ma questo governo – se resterà in piedi – si deve chiedere: “che scelte farà per questo Paese”?».

«Il nostro Paese non ha fatto riforme importanti, immaginare che senza governo, o con un governo molto debole si possa andare avanti e anche meglio è un’illusione», conclude Bentivogli.

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