Crisi di governo, la parabola del leader Matteo Salvini: il blitz non riuscito e i malumori leghisti

Pubblicamente, i massimi vertici del Carroccio fanno quadrato attorno al leader. «Io di mal di pancia non ne ho sentiti», assicura Massimiliano Fedriga

Un pugile suonato. Così è apparso a qualcuno ieri sera Matteo Salvini, il vicepremier, ministro dell’Interno e leader della Lega che ha dato il via alla crisi di governo di ferragosto, due settimane fa.

Salvo ora dare alla genesi della caduta dell’esecutivo una lettura assai diversa, diventata la nuova narrazione leghista: il (chissà) nascente accordo tra M5S e Pd è un’ipotesi su cui in realtà le due forze stavano lavorando da tempo. Ecco il perché dei no di cui vengono accusati i grillini. Stavano già lavorando all’alternativa, è il ragionamento.

Ecco anche, forse, la variabile che Salvini non aveva considerato, nel suo innescare la crisi di governo e immaginare un epilogo assai diverso da quello andato in scena ieri, con le bastonate metaforiche e politiche che Giuseppe Conte gli ha dedicato, a lui e solo a lui, nel suo discorso. «Che delusione, se mal sopportava la Lega e me e preferiva il Pd poteva dirlo subito», diceva Matteo Salvini in chiusura di giornata.

E ora? «Il voto è l’unica via», continua a ripetere il leader del Carroccio, e con lui i suoi. Ma c’è chi parla di mal di pancia interni alla Lega: per come questa crisi sia andata, per il suo esito e soprattutto per come sia stata gestita dallo stesso leader.

Pubblicamente, i massimi vertici del Carroccio fanno quadrato attorno al leader. «Io di mal di pancia non ne ho sentiti», assicura il governatore del Fiuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, in un’intervista oggi a La Stampa. Anche il ritiro, in extremis, della sfiducia a Conte, mossa tardiva e per alcuni disperata di riapertura agli ex alleati e compagni di contratto di governo, «è stato un momento di chiarezza per togliere ogni scusa a chi non vuole votare solo per mantenere la poltrona», assicura Fedriga.

Fuori dai denti, secondo alcuni retroscena, leghisti non in vista e che non vogliono essere citati parlano di un Matteo Salvini «consigliato male», dalle persone sbagliate. Reo di «aver sbagliato i tempi».

«Ha fatto tutto da solo», diceva una settimana fa il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti: «Il capo decide da solo, alla fine sono responsabilità personali». Una sconfessione o piuttosto una strategia di apertura, un lavoro per tenere – allora – strade aperte da parte di uno come Giorgetti che della Lega è esponente di peso della Lega ed è sapiente politico di esperienza? «Siamo un partito, un partito ha una leadership, funziona così», ripeteva ancora ieri con un sorriso: più meccanismi che valutazione politica.

Il vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini al convegno ‘Frequenze strategiche: il 5G e l’impatto sulla sicurezza nazionale’, Roma, 25 luglio 2019. ANSA/Alessandro Di Meo

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