L’Europa può fermare le bombe di Erdogan? L’ipotesi su sanzioni ed embargo: quali sono le “armi” economiche

Una missione Nato per difendere il confine con la Siria che, adesso, sa di beffa. Miliardi di euro dati a Erdoğan per la gestione dei flussi migratori. Due prese in giro per l’Europa, il primo mercato di export per la Turchia: ed è da qui che deve partire la contromossa in difesa dei curdi

Troppe volte gli interessi economici hanno giustificato manovre belliche, soprattutto in Medio Oriente. È una delle aree più instabili al mondo ed è la presenza di combustibili fossili a renderla tale: le velleità di accaparrarsi la gestione di giacimenti altrui hanno causato continui conflitti. Eppure, non pare questo il motivo scatenante dell’assalto di Erdoğan nel nord della Siria: una zona falcidiata negli ultimi anni dall’espansione di Daesh, dalla lotta dell’Esercito siriano libero contro Assad e dagli attacchi esterni per impedire il processo di indipendenza del Rojava.

L’interesse del sultano di Ankara è attuare una vera sostituzione etnica del popolo curdo, da sempre individuato come corpo estraneo nella retorica del partito nazionalista dell’Akp. Il nemico, il diverso, che cerca autonomia dentro e fuori la Turchia. Recep Tayyip Erdoğan ha una paura da incutere nella popolazione turca: finché c’è il pericolo curdo, la sua linea dura, il suo potere che si prende gioco dei valori democratici, sono giustificati. E cosa può fare l’Europa per salvare i curdi, popolo senza Paese che vive in una delle aree più complicate del mondo?

Intervenire in difesa di un popolo che ha fatto della parità di genere e dei diritti civili la propria radice identitaria è un dovere. A maggior ragione se tale esempio democratico si è radicato in un territorio dove sultani e dittatori imperversano da secoli. Ancora, è possibile dimenticarsi dell’aiuto curdo nel debellare Daesh, nemico di tutto l’Occidente, da Siria e Iraq? Per non schierare carri armati contro la Turchia, Paese che fa comunque parte della Nato e che sarebbe potuto diventare anche membro dell’Unione europea, prima della deriva islamico-autoritaria impartita da Erdoğan, bisogna utilizzare la leva economica.

Commercio

L’Europa è il primo sbocco commerciale di Ankara: ancor prima di Russia, Cina e Stati Uniti, sono i Paesi europei i maggiori acquirenti di prodotti turchi. Il 42% dei rapporti commerciali stretti dal Paese anatolico, nel 2018, è avvenuto con l’Unione europea. Considerando i soli scambi con l’Italia, gli ultimi dati Eurostat dicono che, annualmente, il nostro Paese importa merci e beni turchi per un valore di 9 miliardi di euro. In direzione opposta, l’export italiano in Turchia raggiunge il corrispettivo economico di 8,7 miliardi.

Al primo posto per scambi commerciali con Ankara c’è la Germania, Nazione dove risiedono oltre tre milioni di cittadini turchi. Ed è proprio Berlino, insieme al gruppo di Visegrad, a temporeggiare sull’opzione sanzioni economiche, impugnata dalla Francia e, sottovoce, anche dall’Italia. Il timore per Berlino e i Paesi dell’Europa continentale è che le sanzioni comportino, come reazione turca, la riapertura della rotta balcanica. A 3,6 milioni di rifugiati potrebbe essere concesso di lasciare la Turchia per riversarsi in Europa, a discapito di quei 6 miliardi di euro promessi dall’Unione europea ad Ankara per la gestione della crisi migratoria del 2016.

Armi e Nato

Ad ogni modo, imporre sanzioni economiche non è impossibile, visto che la Turchia è strettamente dipendente dal commercio con l’Europa. Ma soprattutto, per fermare la belligeranza di Ankara, è necessario porre un embargo sulla vendita di armi. Erdoğan ha fatto incetta negli ultimi anni di strumenti e tecnologie militari: negli ultimi quattro anni, Roma ha venduto alla Turchia 890 milioni di euro in armi e 463 milioni di materiale bellico. Solo nel 2018, la Farnesina ha autorizzato 360 milioni di euro di vendite di armamenti, cifra che corrisponde al 15% del totale dell’export italiano nel settore bellico.

Certo, l’embargo non riuscirebbe a fermare l’invasione della Siria, visti i depositi di armi e la capacità dell’industria bellica turca molto sovvenzionata da Erdoğan. Ma avrebbe l’effetto di disinnescare, per il futuro, buona parte della capacità militare di Ankara. Il gruppo Leonardo, ad esempio, fornisce tecnologie per realizzare gli elicotteri da combattimento Mangusta. Fermare le forniture riuscirebbe a bloccarne l’utilizzo futuro per mancata manutenzione. Il problema è riuscire a trovare una linea comune per i Paesi europei che, negli anni, con i vari dittatori nordafricani e del Medio Oriente, hanno approfittato degli embarghi dei vicini per aumentare la vendita delle proprie armi. E, nel caso turco, l’alleanza militare con l’Occidente assume le sembianze di una beffa: 130 militari italiani e una batteria di missili Samp-T, dal 2016, sono impiegati in Turchia proprio per vigilare sul confine siriano. La Spagna, attiva nella stessa missione Nato, ha già annunciato che ritirerà la sua batteria di missili anti-aerei Patriot.

Ombre russe e questione cipriota

Spinosa, dunque, la questione dell’appartenenza della Turchia alla Nato. Già dopo l’acquisto di Ankara dei sistemi di difesa missilistica S-400 di fabbricazione russa, i rapporti diplomatici si sono sono incrinati. Erdoğan ha a disposizione un esercito di 400mila soldati, il secondo della Nato dopo quello statunitense. E l’Alleanza atlantica è nata proprio in contrapposizione alle mire espansionistiche russe. Avviare collaborazioni belliche con Mosca, che non fa parte dell’alleanza, ha suscitato i timori che la Turchia potesse in qualche modo rivelare segreti militari e informazioni sensibili della Nato.

C’è, infine, un alto dossier che fa della Turchia un amico scomodo dell’Unione europea. Si tratta delle trivellazioni a nord-est di Cipro. L’isola, divisa in due dal 1974 dopo l’invasione di Ankara, è composta da Cipro Nord, zona turca non riconosciuta dalla comunità internazionale, e dalla Repubblica di Cipro, membro dell’Unione europea. Lo scorso luglio Erdoğan ha annunciato l’avvio di nuove esplorazioni per trivellare i giacimenti di gas nelle acque territoriali contese. La Francia ha già annunciato l’invio di una fregata per monitorare la situazione cipriota, dato che la sua società petrolifera Total e quella italiana Eni, sarebbero le uniche titolari delle licenze per operare in quell’area.

Il prossimo vertice Ue

Dopo le giravolte di Donald Trump, che aveva scaricato la questione dichiarando «i curdi non ci aiutarono nella Seconda guerra mondiale» e adesso annuncia eventuali sanzioni, spetta alla più vicina Unione europea dettare una direzione da seguire per ridimensionare Erdoğan. Giovedì 17 ottobre, a Bruxelles, i leader della Ue si riuniranno per affrontare la questione. Meeting che sarà preceduto dall’incontro dei ministri degli esteri europei lunedì 14. Olanda e Svezia sono tra i Paesi più severi riguardo sanzioni ed embargo di armi.

Anche la Francia è convinta che la strada giusta sia quella di sanzionare Ankara: «Non si può rimanere impotenti di fronte a una situazione scioccante per i civili, per le forze che sono state cinque anni al fianco della coalizione anti-Isis, ma soprattutto per la stabilità della regione», ha detto il viceministro per gli Affari europei Amelie de Montchalin. «Lo dirò chiaro e forte al vertice Ue della settimana prossima: l’Ue non può accettare il ricatto dell Turchia – ha dichiarato il premier italiano Giuseppe Conte -, l’iniziativa militare deve immediatamente cessare».

Immagine di copertina: Beril Huliselan

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