Memorandum Italia-Libia: cosa è cambiato dal 2017 e perché alcuni parlamentari ne chiedono il ritiro

Molte cose sono cambiate da quando l’Italia firmò gli accordi bilaterali con la Libia, e molte di queste non tengono conto degli obblighi derivanti dal diritto internazionale

La scadenza tanto discussa alla fine è arrivata. Oggi, 2 novembre, scade il termine per il governo italiano per poter chiedere l’annullamento o la modifica del memorandum con la Libia, l’accordo bilaterale firmato nel 2017 da Paolo Gentiloni e Fayez al-Serraj per regolamentare la gestione dei flussi migratori. Un accordo che, prima di essere formalizzato, non è passato dal Parlamento.

La viceministra degli Esteri Marina Sereni aveva annunciato nei giorni scorsi che «prima del 2 novembre» sarebbe «partita una nota del ministero degli Esteri per chiedere l’insediamento della commissione mista italo-libica per introdurre delle modifiche».

Quali? Quelle annunciate dallo stesso Luigi Di Maio durante un’interrogazione del Pd: modifiche per «favorire un ulteriore coinvolgimento dell’Onu, della comunità internazionale e delle organizzazioni della società civile per migliorare l’assistenza ai migranti salvati in mare e le condizioni nei centri».

Il ministro degli Esteri aveva comunicato che il governo stava già lavorando con l’Unhcr, con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e con la Commissione europea per migliorare la situazione dei diritti umani nei centri. Una comunicazione in controtendenza con il decreto emanato il 15 settembre dal governo libico allo scopo di limitare i soccorsi e gli interventi delle Ong.

ANSA | Libia, 29 ottobre 2019

Per la Commissione europea, inoltre, l’esistenza stessa di un accordo con la Libia è un’opzione impraticabile. La portavoce Natasha Bertaud ha ribadito che non esiste un piano europeo per la co-gestione in Libia di hot-spot come alternativa ai centri di detenzione che stanno man mano chiudendo (senza soluzioni alternative), e che «non c’è alcuna intenzione che questo piano esista in futuro». «Non ci sono le condizioni in Libia per considerarla un paese sicuro», ha detto Bertaud.

E la contrarietà al prolungamento di accordi bilaterali con il governo di salvaguardia nazionale di Tripoli arriva anche da diversi esponenti del Parlamento. Matteo Orfini, ex presidente del Partito Democratico, ha accusato il suo partito di essere “complice”, e lo stesso presidente della Camera Roberto Fico ha messo l’accento sulle mutate condizioni in Libia che impediscono agli accordi di rimanere validi. Nicola Fratoianni di La Sinistra, ha chiesto un vertice a riguardo al premier Conte, che già in precedenza aveva aperto a possibilità di modifiche.

Perché, unendosi agli appelli di diverse ong e associazioni (in ultimo il “mailbombing” destinato a Conte), alcuni esponenti politici hanno iniziato a prendere le distanze dal memorandum – definendolo «criminale» a più riprese? Cos’è cambiato da quando, meno di tre anni fa, l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti spinse per l’istituzione degli accordi?

La Libia non è un porto sicuro

Prima di smentire ogni voce in merito all’istituzione di hotspot gestiti dall’Ue in Libia, la Commissione europea si era già espressa quest’anno in merito alla situazione nel Paese. Da aprile del 2019 è in atto lo scontro tra il governo di Tripoli e le forze armate della Cirenaica guidate dal generale Khalifa Haftar, e la Libia è ufficialmente nel pieno di una guerra civile.

I porti libici, quindi, come stabilito anche dall’Onu, non possono più essere considerati sicuri. La condizione non solo cambia i presupposti del bilaterale con l’Italia, ma getta ombre sul riconoscimento da parte dell’OMI (Organizzazione Marittima Internazionale) della zona Sar libica.

ANSA | Libia, 29 ottobre 2019

Nel 2018, il paese nordafricano si è autoassegnato un’area di Search and Rescue (Ricerca e Salvataggio) nel Mediterraneo, che consentì all’autorità nazionale di supervisionare, “soccorrere” e riportare indietro i migranti intercettati nella tratta marittima verso l’Europa.

Le inchieste sulla guardia costiera

Proprio la guardia costiera incaricata del pattugliamento dei mari è attualmente al centro di inchieste giudiziarie per aver violato i diritti umani. La stessa autorità è riconosciuta, sostenuta e finanziata dall’Italia a seguito della firma del memorandum – lo stesso che specifica di dover tener conto «degli obblighi derivanti dal diritto internazionale».

L’Alto commissario delle Nazioni Unite ai diritti umani, Zeid Raad al Hussein, ha denunciato l’aiuto fornito dall’Ue e dall’Italia alla Guardia costiera libica per arrestare i migranti in mare, «malgrado i timori espressi dai gruppi di difesa dei diritti umani» sulla sorte dei migranti in Libia. «Gli interventi crescenti dell’Ue e dei suoi stati membri – ha detto – non sono finora serviti a ridurre il numero di abusi subiti dai migranti».

Anche il Tribunale dell’Aia sta attualmente indagando sull’operato dell’autorità costiera libica e sulla complicità dei leader europei. Nel giugno di quest’anno, è arrivato un esposto alla Corte penale internazionale in cui compaiono i nomi di diversi politici europei che sarebbero ritenuti «responsabili di crimini contro l’umanità» per le loro politiche migratorie dal 2014 a oggi.

ANSA | Mediterraneo, 12 agosto 2019

A complicare la situazione per l’Italia c’è la recente inchiesta di Nello Scavo su Avvenire che ha svelato come Roma abbia trattato nel 2017 per bloccare le partenze dei migranti con uno dei trafficanti più noti, Abd al Rahman al Milad, detto Bija.

Quest’ultimo, a capo della guardia costiera di Zawa, ha anche rivelato in un’intervista di Francesca Mannocchi di aver partecipato a diverse riunioni precedenti, e di essere stato ricevuto anche dal Viminale e dal ministero della Giustizia.

Lo scorso 26 ottobre, la ong tedesca Sea Eye ha denunciato una minaccia armata contro la sua nave Alan Kurdi, impegnata in operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale: le imbarcazioni erano riconducibili alla Guardia costiera libica.

Le condizioni di vita nei centri di detenzione

Torture, stupri, violenze psicologiche «commessi nei confronti dei detenuti dai funzionari pubblici, dai miliziani che fanno parte di gruppi armati e dai trafficanti». Sono le accuse formulate dall’Onu nel 2018, un anno dopo la formalizzazione del memorandum, e che riguardano le condizioni di vita nei centri di detenzione della Libia.

Il personale dell’Onu ha visitato 11 strutture, nelle quali centinaia di migranti e rifugiati sono trattenuti e sottoposti a torture, lavori forzati e abusi. «La stragrande maggioranza delle donne e delle giovani ragazze intervistate hanno dichiarato di essere state stuprate dai trafficanti e dai contrabbandieri», si legge nel documento. E proprio la Guardia costiera è accusata di aver riportato nei centri quasi 30mila migranti recuperati nel Mediterraneo.

ANSA | Centro di detenzioni a Njila, 2018

La situazione si è aggravata a luglio di quest’anno, quando le forze armate di Haftar hanno cominciato a bombardare i centri vicino a Tripoli. Sono morte oltre 50 persone. Se non ci saranno modifiche agli accordi, l’Italia continuerà a finanziare queste strutture andando contro al diritto internazionale.

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