Libia, chiude il centro di Misurata senza soluzioni umanitarie. Intanto l’Italia si prepara al rinnovo degli accordi

Chiude il centro di Misurata, ma i rifugiati e i migranti vengono trasferiti in altre strutture ugualmente pericolose. Intanto si avvicina il momento del rinnovo del memorandum Italia – Libia

Il 14 ottobre, dopo quasi tre mesi dagli annunci ufficiali di Fayez al-Serraj, le autorità libiche hanno chiuso il centro di detenzione di Misurata. Più di cento rifugiati e migranti detenuti in questa struttura sono stati trasferiti in altri due centri di detenzione, quello di Zliten e Souq Al Khamees. Strutture che, come testimoniato dall’Unhcr e da Medici Senza Frontiere, presentano condizioni di soggiorno ugualmente critiche.

La decisione di chiudere i centri di detenzione era stata presa lo scorso 7 luglio, a seguito dei bombardamenti avvenuti 5 giorni prima sulla struttura di Tajoura (poi evacuata), vicino Tripoli, nel pieno della crisi libica tra le forze della Tripolitania e quelle della Cirenaica, guidate dal generale Khalifa Haftar. Durante l’attacco (a cui era seguito quello di Qasr Ben Ghashir) avevano perso la vita almeno 40 persone ed erano rimaste ferite almeno 130, su un totale di 600 presenti nel centro.

Ma benché la chiusura dei centri di detenzione, definiti «lager disumani» dagli organismi internazionali che li hanno visitati, sia un passo necessario nella risoluzione della crisi umanitaria nordafricana, da sola non basta. Attualmente, a causa dell’instabilità istituzionale e della guerra civile in corso, non esistono strutture sicure in Libia dove rifugiati e migranti liberati possono trovare protezione e assistenza. L’unica struttura gestita dall’Onu, il Centro di Raccolta e Partenza a Tripoli, è ora satura, e l’Unhcr ha affermato che non è più in grado di accogliere persone vulnerabili.

«Chiudere un centro di detenzione sarebbe un passo avanti positivo se rifugiati e migranti avessero la libertà di movimento, protezione e assistenza. Così sono passati da una condizione di detenzione a un’altra, vedendo le loro condizioni peggiorare ulteriormente», ha detto Sacha Petiot, capo missione di MSF in Libia.

Un’ immagine relativa all’attentato in cui almeno 40 persone sono morte in Libia. Un raid aereo ha colpito un centro di detenzione per migranti illegali vicino Tripoli. 2 luglio 2019

La creazione e il finanziamento dei centri di detenzione, e l’affidamento della loro gestione unicamente nelle mani della Libia, sono tre dei punti cruciali degli accordi siglati nel 2017 dall’allora presidente del consiglio Paolo Gentiloni e dal capo del governo di riconciliazione nazionale libico al-Serraj.

A questo si unisce la collaborazione e il supporto dell’operato della Guardia Costiera Libica, sulla quale il tribunale dell’Aia indaga per crimini contro l’umanità. Le autorità marittime libiche, infatti, sono state accusate dalle organizzazioni internazionali di riportare nei centri di detenzione i migranti e i rifugiati recuperati nelle barche in mezzo al Mediterraneo, oltre che di vendere all’asta come schiavi molti di loro.

Il rinnovo del memorandum

E proprio del memorandum d’intesa tra Libia e Italia si è ricominciato a discutere in questi giorni. Il 2 novembre è previsto il rinnovo automatico degli accordi, una clausola prevista nell’Articolo 8 del testo, su cui ha messo l’accento il deputato dem Matteo Orfini. In un tweet pubblicato a poche ore dall’ultimo naufragio nel Mediterraneo, Orfini si è espresso ancora una volta in controtendenza con l’operato del governo e del suo partito:

«Altri 30 tra morti e dispersi al largo di #Lampedusa,tra loro 8 bambini», scrive l’ex presidente dem. «La colpa non è del buonismo, come dice Salvini, ma di chi ha scritto decreti che impediscono alle navi di salvare vite. E di chi ha paura di abrogarli. Quindi anche nostra, del nostro governo e del mio partito».

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, in riunione il 18 ottobre con la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, non ha portato sul tavolo nessun piano di revisione degli accordi. Ma pur volendo fare marcia indietro prima della scadenza – intenzione negata anche dai dem che hanno parlato di un «lavoro da iniziare a gennaio» – al momento si sarebbe formalmente fuori tempo. Come si legge nel testo, «il memorandum sarà tacitamente rinnovato alla scadenza per un periodo equivalente, salvo notifica per iscritto di una delle due Parti contraenti, almeno tre mesi prima della scadenza del periodo di validità».

Articolo 8 del Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del
contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e
sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la
Repubblica Italiana

In ogni caso, gli interessi in gioco sono molto più ampi: stando all’Articolo 7, il Memorandum «può essere modificato a richiesta di una delle Parti, con uno scambio di note, durante il periodo della sua validità». A cambiare le carte in tavola, inoltre, ci sarebbe la degenerazione della situazione in Libia, attualmente Paese in guerra, che porterebbe le condizioni di stesura del contratto a mutare notevolmente. Le sponde libiche, come constatato anche dall’Onu e dalla Commissione europea, non possono più essere considerate un porto sicuro.

Articoli 6 e 7 del Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del
contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e
sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la
Repubblica Italiana

Le recenti inchieste del Tribunale internazionale dell’Aia sull’operato della Guardia Costiera libica hanno gettato ulteriori ombre sull’accordo e il ruolo dell’Italia nella cooperazione con chi è accusato di «crimini contro l’umanità». Come ha recentemente svelato Avvenire, in virtù dei patti bilaterali, le autorità italiane hanno ospitato in due diversi incontri, uno a Mineo e uno a Roma, il capo della Guardia costiera Abd al-Rahman al-Milad, detto Bija, che si è rivelato essere, stando all’Onu, uno dei trafficanti libici più pericolosi.

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