La ricerca italiana è a rischio? Il dibattito sulle citazioni tra “ricercatori amici” che ne compromette la validità

Quanto sono rilevanti per lo standard qualitativo della ricerca italiana i “club” di scienziati che si citano gli studi tra loro?

Diverse volte ci si è occupati di presunti dibattiti aperti in ambito scientifico. Salvo scoprire, poi, che non esistevano affatto, come nel caso di quello millantato dai negazionisti del Riscaldamento globale. Si potrebbe pensare che la comunità scientifica sia un mondo idilliaco dove si va tutti d’amore e d’accordo. In realtà, è da sempre animata da dibattiti su teorie e metodi, come quelli sull’integrità della ricerca.

A tal proposito, è attuale il dibattito su come impostare la peer review e l’indice di impact factor – cioè le tecniche con cui si misura l’autorevolezza delle riviste scientifiche. Tanto più una rivista ha articoli che vengono citati in altre, maggiore sarà il suo impact factor (fattore di impatto).

Si tratta di un meccanismo complesso, che introduce a una delle questioni fondamentali in ambito accademico: il problema delle auto-citazioni nella ricerca. Non si tratta solo di scienziati che citano i propri articoli, ma anche della differenza che c’è tra gli articoli citati in riviste estere e articoli che finiscono sempre in riviste nazionali.

Le citazioni di club in Italia

Secondo Alberto Baccini, Giuseppe De Nicolao ed Eugenio Petrovich, andando in profondità si scopre un problema ancor più grande: quello delle “citazioni di club”, ovvero ricercatori che tendono a citare soprattutto i lavori del proprio gruppo di appartenenza.

Tale fenomeno è stato denunciato dai tre scienziati in un articolo pubblicato nel settembre scorso su PlosOne. Il problema riguarda soprattutto l’Italia, dove si evincerebbe un aumento anomalo delle auto-citazioni a livello nazionale.

Questo lavoro è stato oggetto di critiche da parte di un nuovo studio – ancora in fase di peer review, sempre per PlosOne – dove gli autori Pietro D’Antuono e Michele Ciavarella contestano la possibilità da parte dei colleghi di misurare il fenomeno delle citazioni di club attraverso quella delle auto-citazioni.

Abbiamo contattato i primi firmatari dei due studi, rispettivamente le critiche di D’Antuono e la replica di Baccini. I ricercatori spiegano a Open la loro posizione riguardo a un dibattito importante, sul quale è in gioco la qualità della ricerca italiana.

L’impennata di autoreferenzialità in Italia dal 2010. Secondo lo studio di Baccini & Co. è anomalo; secondo quello di D’Antuono & Co., non lo è affatto.

D’Antuono: «Le auto-citazioni in Italia non sono rilevanti»

«In verità lo studio non riesce a cogliere i citation club nell’indice che loro chiamano inwardness, dato dal rapporto tra le auto-citazioni di una nazione e quello delle citazioni totali della stessa», spiega D’Antuono.

«Lo definirei più che altro come un indice di auto-citazione della Nazione intera», continua. «Un citation club, infatti, potrebbe generarsi anche con colleghi al di fuori dei confini nazionali, e in tal caso la inwardness non sarebbe capace in alcun modo di coglierlo, anzi, si potrebbe ridurre».

«Certamente il fenomeno del doping auto-citazionale è avvenuto in Italia dall’introduzione di Anvur (l’ente italiano che si occupa di controllare i metodi di valutazione delle ricerche scientifiche) – ha spiegato ancora D’Antuono – ma in realtà a livello di ricerca “top” siamo abbastanza stabili da questo punto di vista».

«Sicuramente sono necessarie delle revisioni dei parametri bibliometrici – ha aggiunto – ma è fuori dubbio che questi abbiano spinto gran parte della comunità scientifica a lavorare di più (che sicuramente non sempre significa a lavorare meglio, ma è il resto del Mondo a giudicare questo tramite, appunto, le citazioni)».

«Detto ciò, quel che mostriamo noi è sicuramente di minor dubbia interpretazione. La ricerca italiana è ancora di ottima qualità», rassicura D’Antuono. «Siamo infatti l’unico Paese del G7 che è riuscito a migliorarsi contro l’impressionante avanzata cinese. Pertanto ci sentiamo di consigliare ad Anvur questo: data la difficoltà di eliminare i citation club dal computo delle valutazioni bibliometriche, potremmo iniziare rimuovendo le auto-citazioni, cosa peraltro estremamente semplice».

«Un ulteriore aiuto – ha concluso – potrebbe arrivare dal processo di peer-review che, se fatto come si deve, potrebbe probabilmente quasi eliminare del tutto il problema».

Baccini: «Le auto-citazioni individuali e di club sono un problema serio anche in Italia»

«Il nostro indicatore inwardness – ha ribattuto Baccini – ha dentro le self-citation, intese sia come auto-citazioni individuali, sia come autoreferenzialità degli studi di un Paese. Possono essere di due tipi: “fisiologiche” o “patologiche”. Queste ultime comprendono anche le citazioni di club».

«Nel nostro lavoro mostriamo che, da un certo punto in poi, dopo l’introduzione delle regole che premiano le citazioni nella carriera, è successo che l’Italia avuto un cambiamento repentino e radicale della quantità di citazioni “a se stessa” rispetto agli altri Paesi», ha continuato.

«Ciò che vediamo è un cambio completo nella tendenza del fenomeno. Dal 2010 mentre tutti gli altri continuano sul loro percorso, l’Italia comincia a salire, in maniera molto più veloce di tutti gli altri», ha affermato Baccini, tentando di spiegare i motivi dell’anomalia italiana. «Nel nostro articolo discutiamo a lungo il fatto che sia dovuta alla crescita di citazioni da noi definite “patologiche”».

«Non c’è nessun’altra causa al momento che spieghi meglio questo fenomeno», ha concluso. «Coi dati a disposizione non siamo però in grado di distinguere tra auto-citazioni individuali e provenienti da club citazionali».

Foto di copertina: Università di Pavia/La ricerca scientifica in Italia.

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