Negozi chiusi la domenica: come funziona nel resto d’Europa

Di Maio è tornato a parlare di uno dei cavalli di battaglia del Movimento, l’apertura dei negozi 7 su 7. Ma come funziona negli altri Paesi europei?

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio riprende le fila di quanto lasciato nel Conte I da ministro del Lavoro e torna a parlare della «giungla degli orari di apertura e chiusura negli esercizi commerciali».

«Dopo il decreto Dignità e il decreto Riders», scrive in un post su Facebook dedicato al decreto imprese, «dobbiamo andare avanti come governo nella tutela delle persone che lavorano, come nel caso delle partite Iva e dei lavoratori dipendenti degli esercizi commerciali che, a causa delle liberalizzazioni, sono sprofondati nella giungla degli orari di apertura e chiusura, cercando invano di battere i centri commerciali, rimanendo aperti 12 ore al giorno e 7 giorni su 7».

La battaglia per le chiusure domenicali della grande distribuzione è una pagina storica del Movimento 5 Stelle, e una delle misure che, dopo la crisi di agosto, rischiava di naufragare insieme alla legislatura precedente.

Da giugno 2019 era rimasta parcheggiata nella commissione Attività Produttive per il secondo ciclo di audizione – anche a causa del difficile accordo con la Lega sul tema -, ma ora sembra essere tornata tra le priorità del capo politico del Movimento.

Cosa prevedeva l’ultimo testo

L’ultima ipotesi messa sul tavolo ricostruiva una versione “soft” a cura del leghista Andrea Dara, e cioè un’interruzione di attività che riguardava 26 domeniche su 52, e concedeva 4 aperture nelle 12 festività annuali.

Prevedeva poi delle deroghe per le zone turistiche, i centri storici e i negozi di vicinato, per i negozi dei villaggi e dei campeggi, e per quelli che si trovano all’interno di aeroporti, stazioni, parchi o lungo le autostrade. L’apertura restava libera anche per le gastronomie, i giornalai, le librerie, i bar e le pasticcerie.

Come funziona nel resto d’Europa

In Italia, le liberalizzazioni sugli orari degli esercizi commerciali sono state introdotte con il decreto Salva Italia del 2011, uno dei provvedimenti che hanno segnato l’opera del governo tecnico guidato da Mario Monti.

Dal punto di vista dell’Unione europea, le norme comunitarie lasciano libertà di decisione ai diversi Stati membri in merito alla regolamentazione o meno del mercato interno. L’unico paletto è quello di concedere al dipendente un giorno di riposo ogni 6 di lavoro (che non necessariamente deve essere un festivo).

I Paesi che hanno deciso di non applicare restrizioni per le domeniche e i festivi sono: Scozia, Svezia, Slovenia, Slovacchia, Romania, Portogallo, Lituania, Lettonia, Italia, Irlanda, Ungheria, Finlandia, Estonia, Bulgaria, Croazia.

In Germania l’autonomia è lasciata alle singole regioni (Land), che possono decidere il numero dei giorni festivi in cui aprire. In Francia non è generalmente concessa l’apertura nei giorni di festa, ma esiste una larga gamma di deroghe che coprono le numerosissime città considerate attrazioni turistiche (da Parigi a Le Havre, da Marsiglia a Bordeaux).

La Spagna, invece, ha liberalizzato largamente le aperture domenicali, e ogni comunità autonoma decide per sé. Di base, si opta per “garantire” ai consumatori almeno una domenica aperta al mese. Per le festività nazionali, in genere, si tende a rimanere aperti.

La Polonia non ha restrizioni domenicali ma obbliga gli esercenti a chiudere durante le 15 feste nazionali, così come la Repubblica Ceca. In Danimarca, invece, vige l’obbligo di interruzione delle attività durante i festivi entro le 15. Regno Unito, Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord applicano restrizioni diverse in base alla grandezza del negozio.

Chiudono invece i negozi nei Paesi Bassi, a Malta e in Belgio (in entrambi i casi a patto che restino chiusi almeno un altro giorno della settimana), in Grecia (eccezion fatta per alimentari, fioristi e stazioni di servizio), a Cipro, e in Austria, dove esistono però eccezioni per le aree turistiche.

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