Maltempo, il geologo: «I cambiamenti climatici aumentano il pericolo, specie in Italia» – L’intervista

«In Italia c’è una cattiva abitudine: ogni governo tende a cancellare quanto fatto dal governo precedente», ha detto a Open Francesco Perduto, presidente del consiglio nazionale dei geologi

Da Nord a Sud, dalla Liguria a Matera, il maltempo che ha investito l’Italia nelle ultime settimane ha messo a nudo un territorio fragile e trascurato. L’acqua alta a Venezia, il crollo del viadotto a Savona, e la piena del fiume Ticino, a Pavia, e del Sarno nel Napoletano, hanno messo a nudo i problemi di un Paese in stato di abbandono, schiacciato dal peso di amministrazioni inefficienti e da un cambiamento climatico che preme sul suo prossimo futuro. 

Di quali rischi corra l’Italia e degli interventi necessari ne abbiamo parlato con il presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, Francesco Peduto.

Il crollo del viadotto in Liguria, le inondazioni a Matera. Sono emergenze annunciate?

«Ne parliamo puntualmente in seguito a questi eventi ogni volta che si ripetono. Ma ne discutiamo per qualche giorno e poi tutto finisce nel dimenticatoio. Da anni diciamo che è necessario spingere in direzione della prevenzione perché non c’è manutenzione del territorio e delle infrastrutture. 

Lo stato del territorio nel nostro Paese è molto critico. È un territorio geologicamente giovane e di frontiera. I rischi sono molti e vanno affrontati tenendo in considerazione tre tipi di interventi: maggiori risorse, manutenzione e prevenzione. Tutte soluzioni che nel nostro Paese non riescono mai a decollare».

Il motivo?

«Provocatoriamente posso dire che fa molto più scalpore un politico che arriva in televisione dopo un disastro e dice: “Adesso ci sono e stanzieremo le risorse necessarie”. È invece molto più difficile andare in televisione o sui giornali prima dei disastri e dire: “Votatemi perché non è successo niente”».

Quali sono i maggiori rischi per il Paese?

«A livello di rischi naturali l’Italia non si fa mancare nulla. Lo stato di dissesto del nostro territorio è tale che è impensabile risolvere il numero delle criticità esistenti. Per esempio le frane. In Europa abbiamo 800mila frane all’anno, di queste, 630mila avvengono in Italia. Sono l’80%.

I Paesi mediterranei, come l’Italia, hanno rischi diversi dal resto d’Europa. Il pericolo sismico non si può contenere dall’oggi al domani e andrebbe fatta una pianificazione a lungo termine, ultra decennale, sia degli interventi strutturali, sia di quelli sistemici che possano minimizzare i danni e salvaguardare le vite umane. 

Gli interventi non strutturali li citiamo di continuo e riguardano il monitoraggio delle aree critiche attraverso presidi territoriali come sperimentato in varie aree d’Italia».

Il sistema di monitoraggio progettato sotto il ministro Toninelli non è ancora partito, avrebbe aiutato a prevedere gli ultimi casi?

«Qualcosina avrebbe aiutato a risolvere. In passato siamo stati molto critici a proposito dell’iniziativa dell’ex ministro delle Infrastrutture. Toninelli aveva previsto per il progetto l’assunzione di 500 nuovi ingegneri, ma è un approccio sbagliato perché il problema delle infrastrutture italiane è soprattutto dovuto a rischi geologici. 

Abbiamo infrastrutture che attraversano aree franabili e alluvionali. Non è sufficiente la sola figura dell’ingegnere. Per il numero di criticità idrogeologiche che abbiamo nel Paese dobbiamo imparare a convivere con il rischio. Le nuove direttive europee non parlano di minimizzazione, ma di gestione del rischio perché non sempre si deve intervenire. Alcune aree critiche possono essere solo tenute sotto controllo».

Perché l’Italia deve preoccuparsi del cambiamento climatico? che impatto avrà in futuro?

«Qualche anno fa uno studio dell’Istituto delle scienze di Amsterdam evidenziava come nei prossimi 50 anni si passerà da una media di 10 eventi alluvionali estremi all’anno a 16 e specificava come gli eventi estremi diventeranno più frequenti per intensità. 

Da anni noi geologi lanciamo l’allarme su questi aspetti. Oggi piove meno frequentemente ma quando piove tende a piovere con eventi estremi: quelle che sono impropriamente chiamate “bombe d’acqua”. In un territorio fragile come quello italiano dove si fa fatica a fare manutenzione, quasi assente, questi eventi vanno a impattare su un territorio che finisce per essere più esposto: se non iniziamo a pianificare a lungo termine un intervento che sia costante e preventivo credo che sarà molto difficile per il nostro paese gestire queste emergenze.

A Venezia il progetto del Mose è difficile da implementare proprio perché non si è tenuto conto dei cambiamenti climatici in atto come l’innalzamento del livello medio del mare».

Come deve agire la politica?

«In Italia c’è una cattiva abitudine: ogni governo tende a cancellare quanto fatto dal governo precedente a prescindere dal risultato buono o cattivo. Per esempio, durante il governo Renzi era stata aperta una struttura presso la Presidenza del consiglio dei ministri, “Italia Sicura”, con cui era stato fatto un buon percorso. Erano stati pianificati 20 miliardi e stanziate le prime risorse economiche. Il governo gialloverde ha cancellato “Italia Sicura” riportando queste competenze presso il ministero dell’Ambiente che si è trovato a dover ricominciare da capo e come consiglio nazionale sappiamo ben poco di cosa stanno facendo ora.  Le stime del ministro dell’ambiente però sono chiare: spendere in pianificazione costa molto meno che spendere in emergenza. Ma bisogna farlo pensando ai prossimi 20 o 30 anni».

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