Inchiesta Open, Renzi al secondo giorno in trincea: «Non credo al sabotaggio, ma qualcosa non torna»

Al centro della polemica, una scrittura privata tra Matteo Renzi e la madre dell’imprenditore Riccardo Maestrelli. I dettagli del prestito finiscono nelle mani dell’Espresso che annuncia un’inchiesta. Il leader di Italia viva denuncia: «È divulgazione di segreto bancario»

Ci sono due piani su cui si sviluppa la vicenda della fondazione Open, quella che per anni ha finanziato la Leopolda renziana e l’azione politica dell’ex sindaco di Firenze. Il prima riguarda proprio la fondazione fondata dall’avvocato Alberto Bianchi, indagato insieme a Marco Carrai per traffico di influenze e finanziamento illecito ai partiti.

Il secondo piano riguarda un’operazione immobiliare eseguita da Matteo Renzi a giugno 2018 anche grazie a un prestito di 700 mila euro ricevuto dalla famiglia Maestrelli. Aspetto marginale dell’inchiesta della magistratura, ma i cui dettagli sono arrivati ai giornalisti dell’Espresso che scrivono: «La compravendita nasconde più di un’ombra». E su quella casa di Firenze che, il 27 novembre, sono scoppiate le polemiche più accese. Va detto, però, che il prestito, finito sotto la lente dell’Unità antiriciclaggio, è stato restituito da Renzi in meno di cinque mesi.

«Anche oggi tante paginate, tra fango e pizzini». Inizia così il post che Renzi pubblica su Facebook all’alba del giorno seguente. Il senatore di Italia viva ha fornito i chiarimenti su tutti i movimenti di denaro che hanno riguardato l’acquisto della casa dal valore di 1.300.000 euro. Ma il dibattito pubblico e sui giornali si concentra sulla non indifferente disponibilità economica del politico. Intervistato da Radio Capital il 28 novembre, Renzi risponde: «È legittimo o no che io faccia delle conferenze e percepisca un pagamento per questo?». Ma precisa ai microfoni dell’emittente: «Io non ho niente da nascondere, ma faccio notare che c’è qualcosa che non torna. Non credo che ci sia un tentativo di sabotaggio in corso – nei confronti di Italia Viva, ma il processo – non va fatto sui social».

I tre punti della difesa di Renzi

Per questo motivo il senatore prova a fare chiarezza, affidando le sue spiegazioni al post sui social: «Voglio ripetere tre concetti – esordisce. Primo -. Sulle indagini dei magistrati, noi aspettiamo i processi. Perché siamo garantisti. Dispiace che si facciano perquisizioni all’alba a chi non c’entra niente, nemmeno indagato. Ma si vada a processo e vedremo come finirà».

Secondo: «Sulla decisione che Open sia un partito politico e non una fondazione, invece, siamo in presenza di una cosa enorme. Se fondare un partito è decisione della magistratura e non della politica siamo in presenza di un vulnus per la democrazia. In molti addetti ai lavori fanno finta di niente ma questo cambia – per sempre – il modo di concepire la politica. Io continuerò a dirlo in ogni sede».

Terzo: «Ho criticato l’invasione di campo di due magistrati nella sfera politica e la risposta è la diffusione di miei documenti privati personali. Brivido! Tuttavia non ho segreti. La mia casa, le mie auto, la mia vespa: tutto è perfettamente regolare. Quando ho avuto un prestito, l’ho fatto con una scrittura privata e l’ho onorato restituendolo in cinque mesi. Guadagno molto bene, non ho niente da nascondere. Ma non vi sembra curioso che uno possa ricevere “avvertimenti” di questo genere?».

Fiducia nella magistratura

Dalle parole ai fatti: Renzi dà mandato ai suoi legali per sporgere denuncia. L’obiettivo è risalire ai responsabili che hanno diffuso la “velina” dell’inchiesta della magistratura di Firenze su Open, quel pizzino riguardante l’acquisto della villa da parte di Angese e Matteo Renzi.

«Io credo nella giustizia italiana e anche oggi presenterò due denunce penali e due azioni civili – scrive su Facebook -. Lo farò volutamente a Firenze e sono certo che i magistrati di questa città saranno solerti nel difendere il mio diritto alla giustizia».

A Radio Capital, invece, risponde al leader del Movimento 5 stelle che, in merito all’inchiesta sulla fondazione vicina a Renzi, invoca una Commissione parlamentare d’inchiesta. «Io dico a Luigi Di Maio: siamo favorevoli a fare una Commissione di inchiesta a partiti, fondazioni e aggiungo anche le srl – e conclude sdrammatizzando -. Intanto quel famoso mutuo da un milione di euro sulla casa per il 70% me lo pago con le azioni civili».

I dettagli dell’operazione immobiliare

È lo stesso fondatore di Italia viva a spiegare, nel dettaglio, come è avvenuta la compravendita della casa vicino alla rinomata piazza Michelangelo. «Ho comprato casa a Firenze per 1.300.000 euro e ho venduto la mia casa di Pontassieve per 830.000 euro. Prima che si perfezionasse la vendita – in attesa di avere la disponibilità finanziaria – ho chiesto un prestito nel giugno 2018 a una conoscente, prestito che ho prontamente restituito nel novembre dello stesso anno».

«Un prestito personale – aggiunge -, con sottoscrizione di una scrittura privata: una cosa del tutto legittima e ineccepibile. Ovviamente tutto tracciato con bonifico. Ho poi acceso un mutuo di 1.000.000 di euro che sto pagando con la mia indennità parlamentare». Nell’ultima dichiarazione patrimoniale depositata al Senato, Renzi segnalava effettivamente la proprietà del 50% della nuova casa. L’altra metà è intestata alla moglie Agnese Landini.

«Per completare le informazioni: grazie ai proventi personali regolarmente registrati ho dichiarato 830.000 euro nel 2018 e dichiarerò oltre 1.000.000 euro nel 2019. Nel 2019 ho pagato per adesso circa mezzo milione di euro di tasse. Questo per rispondere a chi dice che vivo di politica». Se ha ragione Matteo Renzi o il settimanale l’Espresso, adesso, spetta ai magistrati dimostrarlo.

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