Il caso della PopBari (e delle liti al governo) spiegato in 3 minuti

Il salvataggio avverrà attraverso decreto legge che dovrebbe immettere liquidità (una cifra tra i 350mila e i 500mila euro) in Invitalia che a sua volta finanzierà il mediocredito che sarà la parte pubblica che interverrà direttamente nella ricapitalizzazione

Cosa sta succedendo nella Banca Popolare di Bari e perché il governo litiga tanto? Partiamo dall’inizio. L’ufficializzazione della crisi della Banca Popolare di Bari si è aperta con il commissariamento da parte della Banca d’Italia: la decisione dell’istituto è arrivata dopo l’aggravarsi del dissesto della gestione finanziaria certificato dalle perdite negli ultimi bilanci. La banca si trova ora sottoposta alla procedura di amministrazione straordinaria. Bankitalia ha disposto lo scioglimento degli organi con funzioni di amministrazione e controllo.


Le inchieste

Su PopBari pesano due recenti inchieste della Procura dello stesso capoluogo pugliese: una a seguito dell’esposto di Consob, che ha segnalato il mancato invio delle informazioni richieste alla banca sulla situazione dei conti; l’altra dopo quello presentato il 15 novembre scorso da un azionista che riguarderebbe gli aumenti di capitale del 2014 e del 2015. In entrambi le inchieste non ci sono al momento indagati né ipotesi di reato.

Le conseguenze del commissariamento da parte di Bankitalia

Sebbene, come chiarito dall’istituto bancario più grande del Sud, «la banca prosegue regolarmente la propria attività» e «la clientela può pertanto continuare ad operare presso gli sportelli con la consueta fiducia», PopBari dovrà procedere a un rafforzamento patrimoniale di circa 1 miliardo per far fronte ai crediti deteriorati.

E come? Per farlo, almeno in parte, pare bisognerà ricorrere a fondi pubblici.

Come avverrà il salvataggio e in che misura sarà pubblico

Il caso della Banca Popolare di Bari è diventato in poche ore un tema centrale di scontro nel dibattito politico, soprattutto all’interno del governo. Naturale che sia così, visto che per salvare l’istituto sarà necessario mettere mano al portafoglio del Tesoro. Lo stesso premier Conte, d’altro canto, sul tema è stato chiarissimo prospettando l’istituzione di «una sorta di Banca del Sud degli investimenti a partecipazione pubblica».

In sostanza verrà messo in moto un meccanismo simile a quello che è stato utilizzato per salvare la Banca Carige.

La linea è stata già tracciata dalla stessa Banca d’Italia che, in base al “Piano di riassetto” prevede che a coprire, nella stessa misura, il prossimo aumento di capitale nella banca di Bari dovrebbero essere il Fondo di tutela interbancario dei depositi e il Mediocredito centrale, una banca piccola banca controllata dallo Stato, attraverso Invitalia (l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa).

Nel dettaglio, il salvataggio avverrà attraverso un decreto legge che dovrebbe immettere liquidità (i numeri non sono ancora certi, ma si parla di una cifra che potrebbe andare dai 350mila ai 500mila euro) in Invitalia. Questa, a sua volta, finanzierà il Mediocredito che sarà la parte pubblica che interverrà direttamente nella ricapitalizzazione: non si tratterà di una nazionalizzazione vera e propria, come appare evidente dalle parole del premier, ma di un’operazione che porterà alla partecipazione pubblica in un’azienda privata.

Insomma, a una “nazionalizzazione parziale”.

Le dimensioni della Banca

La Popolare di Bari può contare su 69mila azionisti, 3300 dipendenti e 368 sportelli. Molto radicata sul territorio pugliese, ha inoltre filiali in molte altre regioni italiane. La Banca nasce nel 1960, ma la sua crsi inizia nel 2014, quando con l’acquisizione di Tercas, la Cassa di Risparmio di Teramo, che allora pesava 750 milioni di perdite e 1,4 miliardi di sofferenze. Per sostenere l’operazione allora era stato deciso un aumento di capitale da 800 milioni tagliando il valore delle azioni.

Nel bilancio del 2018 le perdite di PopBari erano ormai arrivate a 420 milioni: a giugno del 2019 se ne erano aggiunti ulteriori 73,3. Il dato che più di tutti ha allarmato Bankitalia è però questo: al 31 dicembre 2018, i crediti deteriorati erano arrivati a 1,4 miliardi sul totale dell’impegno di 10,65 miliardi. Per tentare un rilancio l’Istituto aveva provato a cedere il controllo della Cassa di Risparmio di Orvieto, di cui detiene il 73,6%. Ma la trattativa, aperta dallo scorso anno, non si è mai conclusa.

Perché è necessario il salvataggio pubblico

Quello della PopBari si potrebbe definire un caso di scuola, nello scenario delle crisi bancarie e della necessità, senza alternative, del pubblico di intervenire con propri fondi. Al di là delle responsabilità dei banchieri nella gestione dell’istituto che potranno essere sanzionate dall’autorità giudiziaria (l’amministratore delegato della Banca Popolare di Bari Vincenzo De Bustis è indagato per false comunicazioni sociali, falso in prospetto e ostacolo alle funzioni di vigilanza) in caso di fallimento le coperture dei debiti spetterebbero a azionisti, obbligazionisti e correntisti sopra i 100mila euro.

A stabilirlo è la direttiva Brrd (2014/59/UE) che, in caso di crac dell’istituto obbligherebbe non solo i 69 mila soci della banca (il cui capitale è virtualmente, e anche a fronte dell’intervento pubblico, già azzerato), ma anche i risparmiatori a chiudere un buco di cui non hanno responsabilità.

Da qui, e dai timori dell’impatto per il tessuto imprenditoriale locale, l’esigenza dello Stato di aprire i cordoni della borsa.

Leggi anche: