La parola della settimana: antropocene – quando imparammo a estinguerci per conto nostro

Gli esperti non sono concordi, ma potremmo essere la prima specie a determinare l’inizio di un’era geologica, anche se ci sarebbe poco di cui essere fieri

Quando il premio Nobel per la chimica Paul Jozef Crutzen propose nel 2000 di sostituire il termine «olocene» (ovvero la nostra era geologica) con «antropocene» lo fece forse tra il serio e il faceto, ma presto ci si accorse che non aveva tutti i torti. Il geologo e paleontologo Antonio Stoppani propose già nel 1873 il termine «era antropozoica». Un concetto simile venne presentato nel 1983 dal mineralogista sovietico Vladimir Vernadsky

Perché questo termine? Tutto parte dal presupposto che gli esseri umani abbiano avuto un impatto rilevante sugli ecosistemi nel Mondo, per via dell’aumento della loro popolazione e dello sviluppo economico, tanto da lasciare un’impronta geologica, riscontrabile anche in un lontano futuro, persino quando non ci saremo più; ipotesi che visto quanto non stiamo facendo per contrastare i cambiamenti climatici, diventa sempre meno fantascientifica.

Effettivamente noi possiamo misurare le ere geologiche sulla base degli strati che si sono formati nell’arco di milioni di anni, trovandovi conformazioni contraddistinte e determinati tipi di fossili, che possono anche scomparire di netto al passaggio da uno strato all’altro, mettendo in evidenza precedenti «estinzioni di massa». 

Con questa definizione indichiamo la scomparsa di gran parte delle specie vissute in un determinato lasso di tempo. Oggi dovremmo trovarci alla sesta. Tanto il Riscaldamento globale quanto l’attuale estinzione di massa sono fenomeni che dovrebbero interessare lunghi periodi di tempo, nell’ordine dei milioni di anni; noi siamo stati così impattanti da esserci riusciti nell’arco di qualche secolo.

Quando gli extraterrestri si accorgeranno di noi

Immaginiamo che tra mille anni tutti i nostri sforzi per ignorare le conseguenze del nostro impatto ambientale arrivino a compimento, portandoci all’estinzione. Milioni di anni dopo degli archeologi extraterrestri giungono sulla Terra. Apparentemente non c’è più traccia della civiltà umana sul Pianeta, eppure questi archeologi scoprono che un tempo siamo esistiti.

Qualche indizio per la verità dovrebbero averlo raccolto molto prima, quando le onde elettromagnetiche dei nostri programmi radio-televisivi raggiungeranno il pianeta di questi visitatori spaziali. Forse sono riusciti anche a recuperare una delle sonde Voyager in viaggio oltre il Sistema solare.

Ma c’è uno strato geologico sulla Terra che conserva le tracce della nostra esistenza. Da quello in poi inizierebbe l’antropocene. Gli archeologi extraterrestri possono individuarlo con estrema facilità, presenta infatti tracce radioattive di quello che noi chiamavamo «plutonio 239».

A questo strato gli alieni potrebbero associare anche una estinzione di massa, scoprendo che si tratta della sesta che ha interessato il Pianeta; lo capirebbero dal fatto che dopo quello strato molti fossili di panda, balene, e rinoceronti non compaiono più.

Studiando i cicli del nostro pianeta scoprirebbero, dal carotaggio nelle calotte glaciali, quantità anomale di gas serra, come la CO2, con livelli enormemente alti nel lasso di pochissimo tempo; come se correlato alla comparsa di quello strato geologico improvvisamente il pianeta avesse cominciato di botto a scaldarsi. Gli scienziati extraterrestri concluderebbero che i responsabili sarebbero stati in grado di aumentare il livello di gas serra in atmosfera.

Quando inizia l’antropocene?

La Commissione internazionale di stratigrafia (Ics) è stata chiamata assieme alla Unione internazionale di scienze geologiche (Ugs) a stabilire quando dovrebbe cominciare l’antropocene. Si arriva però al luglio 2019 senza che questa definizione venga riconosciuta ufficialmente per definire la nostra era geologica.

Mettersi d’accordo non è facile. Quando dovrebbe cominciare l’antropocene? Secondo il filosofo evoluzionista Telmo Pievani dovrebbe cominciare già con la comparsa dei primi esseri umani, o al più tardi durante la «transizione neolitica», quando cominciammo a sfruttare la Terra, diffondendo l’agricoltura. Questa idea non trova però concordi tutti gli esperti.

Dato che il 97% degli studi sul tema conferma il contributo antropico rilevante degli umani sui cambiamenti climatici, c’è chi propone di far coincidere l’inizio dell’antropocene con la Rivoluzione industriale e i primi impieghi delle macchine a vapore.

Le prime due proposte riguardano però fenomeni che non lascerebbero tracce rilevanti a livello geologico, se non in maniera indiretta: il nostro impatto influisce sugli ecosistemi; i paleontologi si fanno un’idea di quelli passati studiando i fossili che ne testimoniano l’esistenza.

Abbiamo prodotto un materiale che in natura non esiste: la plastica, ed è probabile che lasci delle tracce evidenti per tanto tempo, ma non più a lungo di mille anni. C’è però un’altra evidenza della nostra esistenza che potrà resistere per tempi geologici; potremmo persino trovare una data esatta della sua comparsa e farla coincidere con l’inizio dell’antropocene. 

Il 16 luglio 1945 ad Alamogordo ebbe luogo il «Trinity test», ovvero venne fatta esplodere la prima bomba atomica nel deserto del New Mexico. Il plutonio 239 è un buon indicatore, come spiegano i ricercatori del Bollettino degli scienziati atomici:

«Questo isotopo raro in natura è una componente significativa del fallout. Ha altre caratteristiche per raccomandarlo come marcatore stabile negli strati di roccia e suolo sedimentari, tra cui: lunga emivita, bassa solubilità e alta reattività delle particelle».

Speriamo almeno di risultare utili ai futuri abitanti della galassia. Forse una civiltà talmente avanzata da ascoltare i propri scienziati e imparare dallo studio del passato, da qualche parte nello Spazio, esiste davvero.

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