Il grattacielo più alto del mondo compie 10 anni, Boeri: «Il Burj Khalifa non è un esempio per il futuro» – L’intervista

L’immaginario del terzo millennio è stato segnato dai grattacieli, non solo per la tragedia delle Torri gemelle. Il 2010 è stato l’anno del Burj Khalifa. Cosa dobbiamo aspettarci dall’architettura degli anni ’20? Stefano Boeri ha la sua idea: «Occorrerà costruire dialogando con la natura. Farò un Bosco Verticale dedicato all’housing sociale»

È l’opera più audace realizzata dall’uomo nel terzo millennio. Quasi un chilometro di cemento e alluminio che le persone possono percorrere. In verticale. È il Burj Khalifa, l’edificio più alto mai costruito al mondo: 829,80 metri che dominano lo skyline di Dubai.

Il vessillo della potenza economica degli Emirati Arabi Uniti è stato costruito in soli cinque anni, dal 2004 al 2009. Inaugurato il 4 gennaio 2010, il Burj Khalifa ha compiuto dieci anni: da allora, nessuno ha mai osato progettare qualcosa che si avvicini minimamente a quell’altezza.

I record del Burj

Non solo grattacieli: l’edificio di Dubai ha superato in altezza anche strutture non residenziali come torri per le telecomunicazioni e antenne. I primati del Burj Khalifa sono tantissimi. Tra questi, ricordiamo:

  • è l’edificio con più piani al mondo: 163;
  • la gettata di cemento più alta per un edificio: 606 metri;
  • gli ascensori con il percorso continuo in altezza più lungo;
  • gli ascensori più veloci mai installati: 18 m/s;
  • la piattaforma d’osservazione esterna più alta mai costruita;
  • la moschea (presente al 76° piano) più alta mai costruita.
Altezza del Burj Khalifa comparata con gli altri edifici più alti al mondo. Grafica di Astronaut per Wikipedia

Destinazione degli spazi

Gli interni del grattacielo – 344.000 metri quadri calpestabili – sono stati progettati dall’Armani Home. L’edificio ha una destinazione d’uso mista, commerciale e residenziale, e sono così suddivisi:

  • Piano 0-3: ingresso principale e accessi secondari;
  • Piano 1-37: uffici e locali commerciali;
  • Piano 9-16: Armani Hotel Dubai;
  • Piano 19-108: residenze private;
  • Piano 38-39: suites dell’Armani Hotel Dubai;
  • Piano 76-77: palestre, piscina coperta e moschea;
  • Piano 112-154: suites dedicate alle aziende, spazi commerciali e uffici;
  • Piano 122: ristorante At.Mosphere;
  • Piano 124: terrazza panoramica At the Top;
  • Piano 148: terrazza panoramica superiore At the Top Sky;
  • Piano 155-160: locali delle emittenti radiotelevisive;
  • Piano 161-163: guglia e locali di servizio.

Intervista a Stefano Boeri

Ideato per ostentare la grandeur degli Emirati Arabi Uniti, oggi il Burj Khalifa è diventato un polo di attrazione turistica per tutta la zona. «Ma non è un esempio per l’architettura futura – dice Stefano Boeri, architetto del Bosco Verticale di Milano -. Nel prossimo decennio occorrerà costruire dialogando con la natura, non dimostrando di poter sopraffare le sue leggi».

Sono passati dieci anni dall’inaugurazione del Burj Khalifa, la struttura più alta che l’essere umano abbia mai costruito. Cosa simboleggia nel mondo dell’architettura?

«Non c’è architettura che possa essere letta, interpretata e capita isolandola da ciò che vi è attorno. Il Burj Khalifa è diventato il simbolo di una grande sfida lanciata da una parte del mondo che allora e ancora oggi è in grande sviluppo economico e finanziario. È una prova di potenza muscolare: in un tempo relativamente breve è stato realizzato un edificio che raddoppia praticamente le Petronas Tower. C’è un discorso specifico da fare, però, con il Burj Khalifa: è un grattacielo che presenta alcuni problemi importanti».

Ad esempio?

«Non è facilmente abitabile, ci sono dei piani dove l’oscillazione dell’edificio è avvertita in maniera eccessiva. Ci sono delle questioni irrisolte, anche più tecniche, ma resta una sfida senza precedenti dal punto di vista tecnologico. A parte tutto, possiamo dire che quella prova di potenza muscolare è stata superata».

I grattacieli sono strutture ecosostenibili o virtuosismi dell’ingegno che devono solo tracciare la linea per altri tipi di edifici?

«In futuro le città avranno bisogno di edifici alti. Indiscutibilmente. Prima di tutto perché ciò consente di ridurre i costi delle infrastrutture, dei trasporti, spesso consente anche di ridurre i costi di impiantistica. Certo è che il modello da seguire non può essere il Burj Khalifa. Gli edifici alti di cui avrà bisogno il mondo sono edifici con un’altezza media che va dai 60 ai 150 metri, non di più. Una struttura in legno, accessibile a tutti, smart, che abbia un’innovazione tecnologica, che funzioni in modo efficiente grazie alle energie rinnovabili: questo è il futuro».

Quali altre caratteristiche devono avere?

«Devono essere edifici che accettano la sfida della sostenibilità ambientale. Tanto per cominciare, non devono essere tutti rivestiti di vetro. Poi va considerata una capacità di “assorbimento” delle energie rinnovabili molto forte. Ecco, per esempio io sto investendo molte risorse per l’utilizzo del legno nelle costruzioni alte. Ma la cosa più importante di tutte è che siamo di fronte a decenni in cui le città accoglieranno milioni e milioni di persone. Bisogna garantire una casa anche a loro: oggi, il 33% della popolazione che risiede nelle città del mondo vive in baracche, in favelas. Se vogliamo fare un pensiero strategico sul futuro delle aree urbane, gli edifici alti sono fondamentali, ma il modello non è il Burj Khalifa, seppure abbia ricoperto un ruolo indispensabile per gli Emirati nella geopolitica internazionale».

È un futuro lontano quello in cui i grattacieli saranno davvero alla portata di tutti e smetteranno di essere edifici esclusivi?

«Assolutamente no. Adesso stiamo costruendo un Bosco Verticale a Eindhoven, una torre di 75 metri, destinato al social housing. Cosa vuol dire? Che grazie all’uso del legno e di materiali particolari riusciamo a ridurre il costo di costruzione sotto i 1.300 euro al metro quadro e questo permetterà di affittare gli appartamenti a giovani coppie a un prezzo molto basso. Anche in Cina stiamo portando avanti un progetto in questo senso. Con la caratteristica tipica del nostro modo di progettare: invece di utilizzare il vetro, che pure è un materiale straordinario, ma ha dei costi importanti, costruiamo delle pareti di foresta».

L’idea del Bosco Verticale.

«L’idea del Bosco Verticale mi è venuta proprio a Dubai nel 2006. Ero in visita con i miei studenti americani e stavamo studiando quella città che cresceva con più di 200 grattacieli. Erano tutti di vetro. Tutt’intorno il deserto. Il vetro speciale che si usa per queste costruzioni scherma gli interni dell’edificio, ma è riflettente. Per il clima non è il massimo, considerando il sole degli Emirati, alzare torri che riflettano ancora di più i raggi del sole. Mi è venuta per reazione l’idea di immaginare un grattacielo che, invece di essere avvolto nel vetro, fosse avvolto nelle foglie e che avesse proprio il carattere opposto: una natura vivente sulle facciate».

Il verde come moda o necessità?

«Dobbiamo smetterla di pensare al green come una moda. È il futuro, abbiamo bisogno di portare il verde ovunque, alberi ovunque. Ci serve per tante ragioni: ridurre i consumi energetici, fare ombra quando le temperature diventeranno insopportabili, ci serve perché le foglie assorbono le polveri sottili del traffico e la C02. Ho concentrato il mio lavoro negli ultimi dieci anni su questo».

A parte i grattacieli, su quali direttrice si muove il lavoro dell’architettura verde?

«Non solo il Bosco Verticale, ma anche opere di forestazione urbana, progetti di città dove gli alberi e gli arbusti sono pensati dal principio come elemento fondamentale dello spazio urbano: tetti, facciate, cortili, interni. È come se dovessimo reimparare ad abitare con la natura vivente e in qualche modo pensare che tutto quello che è stato fatto negli ultimi due secoli, ovvero di tenere le foreste lontane o circoscriverle nei parchi, nei giardini, metterle in una situazione di controllo, va ripensato: nel futuro foreste e città devono crescere insieme».

Visuale dal 148° piano del Burj Khalifa

Nelle città che si stanno popolando sempre più, la verticalità è una soluzione alla densità abitativa o bisogna investire per ripopolare la provincia, quelle zone dalle quali la gente va via in cerca di servizi e opportunità migliori?

«C’è un tema che riguarda la provincia, o possiamo chiamarla campagna, piccoli centri, montagna. Se pensiamo all’Italia, vengono chiamati territori lenti. Da questo punto di vista la sfida è altrettanto urgente: stiamo pensando a un corridoio ecologico per il paese che unisce le 14 aree metropolitane attraverso un sistema di boschi, foreste e aree naturali. In questo sistema i piccoli centri hanno un ruolo fondamentale: sono inglobati e potrebbero diventare, grazie a questa inversione di modello di sviluppo, potrebbero diventare dei fulcri di sviluppo territoriale. C’è tutta un’economia legata al legno. Il legno è un materiale straordinario: in Italia lo trascuriamo nonostante abbiamo il 35% di superfici boschive. Lo importiamo, pur avendone tantissimo. Poi c’è il turismo di queste aree, la connessione 5G che azzererà totalmente le distanze, virtualmente. Ci sono una serie di condizioni favorevoli, certo serve un coordinamento generale e intelligente. Per questo, da anni, sono favorevole all’istituzione di un ministero del Legno, dei boschi e dei piccoli centri».

Non possiamo dimenticare, però, lo stato delle infrastrutture italiane: cadono ponti, restano in piedi monumenti da secoli. Che sta succedendo al nostro Paese?

«Il nostro è un Paese fragile strutturalmente, perché quasi ovunque c’è un rischio sismico o idrogeologico. A questa fragilità, si aggiunge il fatto che si è costruito spesso male o in modo illegale. È un Paese fragile perché ha un patrimonio edilizio di 14 milioni e mezzo di case e circa 4 milioni andrebbero buttate giù e ricostruite perché degradate, inagibili e obsolete. Dovremmo dar vita a un grande progetto di rigenerazione edilizia italiana che parta da questo patrimonio immobiliare. Edifici belli, nuovi, energicamente passivi e capaci di qualificare meglio l’ambiente».

Da dove iniziare?

«Credo che per fare qualcosa di serio bisognerebbe non limitarsi a grandi mappature eseguite ogni tanto affidate a qualche istituzione. Ma avviare un’operazione sistematica nei territori delegandola alle professioni. Sono circa 350 mila gli ingegneri, gli architetti, i geometri e i geologi in Italia. Si potrebbe stanziare un finanziamento specifico e chiedere loro di fare una mappatura dei luoghi, quali infrastrutture, ponti, viadotti, case con fragilità».

I grattacieli, l’architettura in generale e le vicende a essa connesse segnano le ere che viviamo. Gli anni 2000 sono iniziati con la caduta delle Torri Gemelle. Il 2010 è stato l’anno del Burj Khalifa. Nel decennio che sta iniziando, cosa dobbiamo aspettarci dall’architettura?

«Un atteggiamento radicalmente diverso. L’architettura non deve più concedersi alla sfida dei muscoli, ma all’intelligenza e alla sensibilità. Non abbiamo più bisogno di edifici estremi, e lo dico da amante degli eccessi. Bisogna rischiare, ma oggi si rischia in modo diverso. Secondo me l’azzardo vincente non è costruire un grattacielo di 1.000 metri, piuttosto rischiare facendo dieci torri disponibili a essere utilizzate dai giovani, che abbiano tutti i comfort e un costo basso che va di pari passo con una sostenibilità alta».

Senza abdicare alla bellezza.

«Mai, questo mai. Il Bosco Verticale è un edificio simbolo sotto tanti aspetti, ma senza dubbio si rivolge a persone di reddito medio-alto. Ma è servito per fare un passo in avanti sotto questo aspetto dell’architettura. Adesso siamo in grado di offrire la stessa qualità a costi molto bassi. L’architettura deve prendersi dei rischi e lavorare in discontinuità con il contesto. Ma c’è una costante: la bellezza. Ma la bellezza deve rispondere a delle esigenze, non deve essere fine a se stessa».

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