“La malattia dei calciatori”: le ipotesi dietro la scia di morti per Sla nel calcio

L’incidenza media della malattia è di 1,7 casi ogni 100mila abitanti, ma tra i calciatori arriva fino al 3,2%. Focalizzandosi solo sulla sera A, il rapporto è addirittura di 1 a 6

Sclerosi laterale amiotrofica. È questo il nome della malattia che ha portato via il calciatore Pietro Anastasi, grande attaccante siciliano che negli anni ’70 vinse tre scudetti con la Juventus e una Coppa Italia con l’Inter. Ai più è nota come Sla, ma per definirla si usa anche un’altra espressione, decisamente eloquente: la “malattia dei calciatori”.

L’istituto di ricerca Mario Negri ha contato 32 vittime su 23.875 professionisti che hanno militato in A, B e C dalla stagione 1959/60 fino al 1999/2000, mettendo in luce un’evidenza scientifica: i calciatori muoiono di più e si ammalano il doppio rispetto al resto della popolazione.

L’incidenza media della malattia è di 1,7 casi ogni 100mila abitanti, ma tra i calciatori arriva fino al 3,2%. Focalizzandosi solo sulla sera A, il rapporto è addirittura di 1 a 6.

Il primo caso attestato è stato quello di Armando Segato, giocatore del Cagliari e della Fiorentina negli anni Cinquanta e Sessanta. Il più giovane a morire di Sla è stato invece Lauro Minghelli, capitano dell’Arezzo: si è ammalato a 26 anni ed è morto a 31, nel 2004. L’ultimo, in ordine cronologico, prima di Anastasi, era stato Giovanni Bertini, ex difensore della Fiorentina, morto a dicembre scorso.

Le ipotesi sulla correlazione calcio-Sla

Fino a ora, nessuno è riuscito ancora a spiegare con certezza quale nesso ci sia tra le patologie e lo sport. Il New England Journal of Medicine aveva condotto uno studio su oltre 7mila ex calciatori, ipotizzando che potessero avere un ruolo i micro-traumi subiti dagli atleti durante il gioco – soprattutto in merito ai colpi di testa.

I ricercatori dell’istituto Mario Negri si focalizzano invece «sulle possibili interazioni con molecole presenti in determinati antinfiammatori, se i soggetti ne avessero abusato». Altri, come il presidente della società italiana di neurologia, pensano che la causa più verosimile sia da ricercare nelle tossine che un tempo erano presenti sui campi da calcio, come pesticidi ed erbicidi.

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