«Giulio fa cose»: a 4 anni dalla sua scomparsa, i genitori di Regeni raccontano il figlio in un libro

La battaglia per la verità non si ferma: «Il governo italiano richiami l’ambasciatore dal Cairo, coinvolga l’Ue e al Sisi risponda alla rogatoria della Procura di Roma»

«Giulio fa cose». Esce oggi, edito da Feltrinelli, il libro dei genitori di Giulio Regeni, il ricercatore italiano di Cambridge assassinato il 25 gennaio del 2016 al Cairo, dove viveva e lavorava a una ricerca sul ruolo dei nuovi sindacati dopo le primavere arabe. Le circostanze della sua scomparsa non sono ancora state chiarite, a causa anche della scarsa collaborazione della procura egiziana e dei depistaggi delle autorità sotto il governo di al Sisi.

Quella di Paola Deffendi e Claudio Regeni è da allora una vera e propria lotta per la verità. Supportati e accompagnati in questo doloroso percorso dall’avvocata Alessandra Ballerini, hanno attraversato 4 anni senza indietreggiare di un millimetro. A due giorni dall’anniversario della scomparsa del figlio, Paola e Claudio hanno la stessa determinazione del primo giorno, e con la stessa discrezione e dignità che li ha sempre caratterizzati.

«Giulio era una persona cui piaceva il basso profilo», raccontano in un’intervista a la Repubblica. «Non amava parlare, mettersi in mostra, presentarsi per tutto quello che lo aveva visto impegnato. A lui piaceva stare con gli altri come persona. Per questo rimarrebbe stupito, oggi, a essere considerato un simbolo, ma una persona coerente, anche a costo di sembrare esigente».

«Giulio fa cose» è un libro che rappresenta una vera e propria dedica, un racconto di momenti familiari mirato a fotografare Giulio né come un simbolo, né tanto meno come una vittima: «La parola vittima ha una connotazione passiva che toglie identità e possibilità di espressione alle persone. Si contrappone alla parola cittadini che, invece, mantiene una connotazione attiva. Esprime quella facoltà di lottare per raggiungere un diritto: quello alla verità e alla giustizia».

«Siamo e ci sentiamo delle persone normalissime che si sono trovate, loro malgrado, in una situazione inimmaginabile», dicono. Inimmaginabile per il dolore che lascia la perdita di un figlio, e per la rabbia che deriva dall’impossibilità di avere risposte chiare da parte di un governo, quello egiziano, che non collabora, e da parte di un esecutivo, quello italiano, che non ha tenuto fermo il pugno come avrebbe dovuto.

Ma perseverare è un atto d’amore e, per questo, politico. E questo è il tempo di «fare cose», appunto: «Il governo italiano richiami l’ambasciatore dal Cairo (come avevano già chiesto nella lettera di giugno, ndr), coinvolga l’Ue e al Sisi risponda alla rogatoria della Procura di Roma», dicono. «Metta a disposizione i cinque ufficiali dell’intelligence accusati del sequestro di Giulio perché siano interrogati e perché vengano stabilite le loro responsabilità. Senza il solito mantra sugli sforzi di cooperazione per la verità e giustizia».

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