Vita da freelance. Finito l’effetto Jobs Act, il capo la manda via: «La sconfitta di chi viene licenziato pur facendo ore di straordinari gratis»

di OPEN

«Mi sono sentita una fallita. Io e i miei colleghi non abbiamo tredicesima, malattia, ferie, maternità. Alla pensione che penso a fare? Mi viene da ridere. Quand’è che l’ingranaggio del progresso si è inceppato, per noi?»

Riceviamo e pubblichiamo la mail di una nostra lettrice:

«Gentile redazione di Open,

leggo l’email di una vostra lettrice a proposito dei giovani laureati e sottopagati, e la foga che mi rapisce mi fa allontanare con stizza la pila di fogli che sto correggendo per unirmi alle testimonianze che stanno arrivando al vostro sito. Ho 32 anni e sono una editor. Laurea in Lettere, master in Editoria, 6 corsi di specializzazione e 5 anni da dipendente in un’importante casa editrice, di cui 2 di stage e 3 di contratto a tempo indeterminato
Poi le agevolazioni del Jobs Act sono finite, e il mio editore mi ha mandata via. 

Non è che non mi abbia rinnovato il contratto: mi ha licenziata
La motivazione ufficiale? “Mi serve la scrivania”, perché in redazione eravamo diventati troppi. Inevitabile, visto che appena due settimane prima aveva chiamato due stagisti. Il mio lavoro era messo in discussione?
Non rappresentavo un buon investimento per l’azienda? I miei superiori non erano contenti di me? Al contrario, ma gli stagisti non costavano nulla, mentre i contributi da versare a me erano onerosi, nonostante l’azienda avesse un ottimo fatturato.

Non importava che il lavoro che facevo io, ovviamente, loro lo facessero nel doppio del tempo e che necessitasse di essere rivisto per verificare che andasse bene. Non era un problema dell’editore. Non come i contributi da versarmi, almeno.
Ho quindi vissuto la sconfitta e la vergogna di chi si vede consegnare una lettera di licenziamento pur facendo ore di straordinari non retribuiti e lavorando la sera a casa, un po’ per mostrarsi più produttiva, un po’ per amore di questa professione. 

Fa male, è un rifiuto soffocante che a più di un anno ancora vivo come un lutto. Ho perso la routine, i colleghi, lo stipendio fisso (basso, ma regolare), la lealtà verso l’azienda e l’orgoglio di poter dire “Io lavoro lì”, quando qualcuno me lo chiedeva. Sono tornata a casa con fra le mani la fiammella fragile e tremolante dell’amore per la mia professione, chiedendomi se sarei riuscita a ridarle vigore come libera professionista.

Proporsi come freelance nel mio settore equivale ad abbandonare un messaggio in bottiglia in mare aperto. Siamo tanti, tantissimi, e molti di noi si propongono addirittura gratuitamente, nella speranza di accumulare quelle esperienze che allungano il curriculum così da osare presentarsi ai colossi dell’editoria, che rispondono alle email solo se il tuo nome l’hanno già sentito. Una volta che qualcuno lo fa, però, lavoro ce n’è, eccome: correzioni di bozze retribuite mediamente 40 centesimi a pagina. Lordi. 
Per un lavoro ben fatto, 50 pagine richiedono una giornata di lavoro. Sono 20 euro lordi al giorno.

L’anno scorso mi sono sposata. Io e mio marito stiamo parlando di mettere su famiglia e avremmo bisogno di un appartamento con una stanza in più. Ieri mi ha detto: “Accendiamo un mutuo, ma per la rata mensile dobbiamo essere sicuri di riuscire a versare una cifra che ci faccia stare tranquilli: tu puoi contribuire con 200 euro?”. Non gli ho saputo rispondere. Tolto quanto spendiamo entrambi fra bollette e alimenti, non posso assicurare a mio marito che, nei prossimi vent’anni, riuscirò a investire nel nostro futuro 200 euro al mese (per non parlare di tutte le spese che un bambino comporterebbe). 

Mi si è stretto il cuore, mi sono sentita una fallita.
È la situazione mia e di molti miei colleghi: non abbiamo tredicesima, malattia, ferie, maternità. Alla pensione che penso a fare? Mi viene da ridere. E quante lamentele sentiamo da parte di chi un lavoro ce l’ha, e i contributi anche, così come le tutele, i diritti. Noi cos’abbiamo? Quand’è che l’ingranaggio del progresso si è inceppato, per noi? 
Vorremmo solo qualcuno che ci guidasse per ottenere quanto ci spetta.

Quando vado a trovare i miei genitori, mio padre mi chiede puntualmente se per caso nell’azienda dove lavora qualche mio amico non ci sia richiesta per una segretaria o un’amministrativa. Ogni volta vorrei piangere e gridare che io non sono disoccupata, che lavoro tutto il giorno e anche il weekend, che ho investito un sacco di soldi per studiare e fare il mestiere che amo, e che ho bisogno di dare a me stessa la possibilità di provarci, prima di arrendermi, prima di chiudere la partita Iva e di tornare a fare la commessa, come durante il periodo dell’università, quando odiavo ogni singolo minuto del mio turno e non aspettavo altro che la giornata finisse, che il tempo passasse.

Non è così che voglio vivere la mia vita. Non voglio aspettare che finisca, voglio viverla facendo quello che amo e per il quale ho lavorato sodo.
Faccio un lavoro come tanti altri, e vorrei smettere di pensare il contrario solo perché amo farlo. Vengo pagata male o affatto, e dopo mesi ed email e inseguimenti e minacce e suppliche, in fondo, in qualche modo, mi convinco che sia poi accettabile, perché già faccio un mestiere che amo, e non voglia il Cielo che pretenda anche dei soldi per farlo.

Grazie per l’attenzione.

Chiara, 32 anni, editor freelance»

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