«Mai più sfruttati»: lettera di una studentessa in Alternanza Scuola-Lavoro

«Quale vuole essere la formazione che ci viene data, se la scuola non ci insegna a trasformare le aziende e i luoghi di lavoro, che in questo momento non sono sicuri, non garantiscono alcun diritto ai lavoratori e molto spesso inquinano l’ambiente delle nostre città?»

Non è facile far finta di nulla quando un tuo coetaneo viene schiacciato da un cancello durante un’esperienza di lavoro obbligatoria per legge. Quel che è successo a Genola durante l’Alternanza Scuola-Lavoro è un caso limite, certo, ma che poteva capitare a chiunque. E mentre le autorità competenti sono a lavoro per stabilire le responsabilità di quanto accaduto, gli studenti e le studentesse di Unione degli Studenti si impegnano affinché il Miur si renda conto dei punti deboli della normativa.

Da più di un anno ormai l’Alternanza, che era uno dei cardini della Buona Scuola, ha cambiato veste: si chiama “Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento” (PCTO) , ha meno ore obbligatorie e meno fondi a disposizione. Le criticità strutturali, però, sono rimaste le stesse.

«Casi di inutilità dei percorsi,sfruttamento e infortuni si moltiplicano», denunciano dall’Uds, che sui loro canali pubblicano la lettera di Francesca, una studentessa «stanca di essere sfruttata” all’interno di una riforma che “ha fallito nei suoi obiettivi, come avvicinarci ai modelli virtuosi europei e farci sviluppare nuove competenze».

«Voglio lanciare un appello a tutte le studentesse e gli studenti di questo Paese», scrive Francesca nella lettera. «Se anche voi vi immedesimate nelle mie parole, scrivete su di un cartello “MAI PIÙ SFRUTTATI”, fatevi una foto e postatela sui social. I PCTO devono essere abrogati e l’alternanza scuola-lavoro riscritta da zero!».

La testimonianza di Francesca

«Sono una studentessa al quinto anno di liceo. Ho letto la denuncia del ragazzo travolto da un cancello nell’azienda in cui svolgeva l’alternanza scuola-lavoro a Genola. L’ennesimo caso, l’ennesima vittima che non stupisce più, che non fa più parlare né i nostri docenti, né la politica».

La lettera centra subito il punto: i fallimenti del sistema di alternanza sono non solo tollerate, ma ormai parte integrante del sistema. Siano l’assenza totale di formazione o impiego, siano l’eccessivo sfruttamento di manodopera o la totale mancanza di tutele e sicurezze, le testimonianze negative inerenti alle ex Alternanza sono sempre di più.

«Ho iniziato a fare l’alternanza in terzo – scrive Francesca – ma rispetto alle altre scuole a me è andata bene. Sono stata in uno studio di un ingegnere vicino casa, perché sono una studentessa pendolare ed in più non potevo permettermi di pagare il viaggio d’istruzione che si faceva ogni anno che veniva conteggiato come ore da scalare dall’alternanza. Dovevo imparare ad usare il programma AutoCad, ma ho imparato poco e niente perché nessuno dei tutor che doveva seguirmi mi ha dato né dei consigli, né dei tutorial, così passavo le ore dietro una scrivania preparando le interrogazioni del giorno dopo».

Foto di una studentessa che ha aderito alla campagna lanciata da Francesca

«Mi dicevo che a me era andata bene, perché sicuramente è meglio non fare nulla che rischiare la propria vita come è successo al mio compagno di Genola», continua. «Ma questo non è l’unico caso, successe anche a Pistoia due anni fa con uno studente di 17 anni che stava lavorando a un macchinario che gli ha amputato la falange dell’anulare. E ancora a Faenza dove morì un operaio e uno studente si ferì».

«Ci imbattiamo nei luoghi di lavoro- scrive ancora Francesca – ma invece di conoscerli ci troviamo a svolgere veri e propri lavori. Quale vuole essere la formazione che ci viene data, se la scuola non ci insegna a trasformare le aziende e i luoghi di lavoro, che in questo momento non sono sicuri, non garantiscono alcun diritto ai lavoratori e molto spesso inquinano l’ambiente delle nostre città?».

«Esperienze che disincentivano a proseguire gli studi»

E poi, continua Francesca, ci sono i paradossi interni: che succede se l’esperienza dei Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento disincentivano gli studenti e le studentesse a continuare gli studi? Se gli offrono contratti a tempo determinato, apparentemente golosi per un diciassette-diciottenne, senza la sicurezza di un rapporto a lungo termine?

«I miei amici del professionale hanno iniziato a lavorare in un ristorante per sviluppare le competenze trasversali», scrive. «Ma non capisco perché anche loro non visitino le università dal momento che in tanti vorrebbero continuare gli studi, ma molti stanno abbandonando questa idea perché i ristoranti li vogliono assumere per un anno: a quanto pare le aziende ricevono degli sgravi fiscali per i primi mesi del contratto se assumono gli studenti dove hanno fatto alternanza. Ma poi cosa accadrà finito il contratto? Saranno sostituiti da altri studenti che hanno finito la scuola e ormai non proseguiranno gli studi?»

Tutte domande a cui la politica dovrà dare una risposta concreta, ascoltando le richieste degli studenti e delle studentesse e dando voce a quelle che sono le loro necessità e preoccupazioni.

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