Bologna, il sindaco e l’università si mobilitano per Zaki: «Liberate il nostro studente» – L’intervista

«Dobbiamo difendere i valori per i quali Patrick aveva deciso di trasferirsi a studiare qui a Bologna»

Un corteo che partirà alle 18.00 dal rettorato, attraverserà tutta via Zamboni e arriverà in piazza Maggiore dove sarà allestito un palco per i vari interventi. Il 17 febbraio la città di Bologna si prepara a manifestare, di nuovo, la sua solidarietà per Patrick George Zaki, lo studente egiziano di 27 anni incarcerato lo scorso 7 febbraio in Egitto, dove era tornato per passare qualche giorno con la sua famiglia. L’accusa? Secondo le autorità egiziane Zaki avrebbe tentato di rovesciare il regime: reato per cui, nel Paese, si rischia l’ergastolo.


«L’università si è mobilitata subito appena abbiamo appreso la notizia che un nostro studente era stato incarcerato. Anche il rettore si è speso subito per tutelare Patrick». Anna Zanoli, presidente del consiglio degli studenti dell’Università di Bologna, racconta a Open come la comunità accademica sta vivendo questa situazione. «Non c’è molto di risolutivo che si possa fare: l’obiettivo che possiamo porci come studenti è cercare di mantenere alta la soglia di attenzione per non permettere che accadano cose nell’oscurità».

Come avete organizzato la manifestazione?

«Il corteo parte alle 18.00 dal rettorato, il cuore dell’Università: è il simbolo della comunità accademica che non si barrica nelle biblioteche ed esce per strada a dare il suo sostegno. Sotto lo striscione di Amnesty International (che fin da subito si è mobilitata per Zaki e che da quattro anni lotta per chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni al fianco della famiglia, ndr), percorriamo tutta via Zamboni fino ad arrivare in piazza Maggiore. Lì c’è un palco dove il sindaco Virginio Merola, il rettore Francesco Ubertini e noi studenti facciamo degli interventi. Ma devono essere brevi: la parte principale del sit-in è dedicata alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Verrà letta in più lingue dai compagni e le compagne di corso di Patrick, proprio per dare contezza della dimensione internazionale della nostra università».

Non è la prima manifestazione che organizzano gli studenti dell’Unibo per Zaki.

«Ci sono stati molti gesti di solidarietà spontanea. Ricordo le manifestazioni in piazza Scaravigli, quella in piazza Maggiore. Ma è tutta l’Italia dei giovani a essersi mobilitata per Patrick. Il 17 febbraio vogliamo raccogliere questi focolai sparsi per il Paese e far convogliare le energie in un’unica manifestazione: serve a dare più visibilità alla storia di Patrick».

Quali sono state, invece, le manifestazioni di solidarietà da parte delle istituzioni universitarie?

«Lunedì 10 febbraio, un giorno dopo che la notizia è stata confermata, si è riunito il consiglio di amministrazione dell’Università: hanno approvato un comunicato che, sostanzialmente, esprime vicinanza allo studente, chiede trasparenza nel processo e che i diritti di Patrick non vengano violati. Come consiglio degli studenti, invece, abbiamo lanciato un appello allo Stato italiano affinché dia un segnale politico di contrarietà a quanto sta avvenendo. Vorremmo che si trovi il coraggio di dichiarare ufficialmente l’Egitto come un Paese non sicuro e, per questo, si riconsiderino i rapporti politici ed economici con il Cairo per arrivare al ritiro dell’ambasciatore italiano».

L’Università di Bologna ha interrotto i rapporti con l’Egitto?

«In molti hanno chiesto all’Università di interrompere qualsiasi tipo di rapporto con l’Egitto. Ma l’Università di Bologna non ha rapporti diretti con il governo egiziano, piuttosto ha relazioni accademiche con i vari atenei di quel Paese. Il rettore ha spiegato bene che non è il caso di interrompere i contatti perché i rapporti tra le varie istituzioni accademiche sono dei ponti di cultura e di studio. Avere interlocutori universitari è un’opportunità per tutti quegli studenti e ricercatori egiziani che vogliono portare avanti dei progetti con l’Università di Bologna».

ANSA | Il murales dell’artista Laika che raffigura Giulio Regeni insieme a Patrick George Zaki a Roma, in via Salaria, nei pressi dell’ambasciata egiziana. L’opera è stata cancellata pochi giorni dopo la realizzazione

Il 15 febbraio è arrivata la notizia che il ricorso per la scarcerazione di Zaki è stato respinto. Le manifestazioni che avete organizzato non hanno sortito effetti.

«Non scendiamo in piazza con la presunzione che uno Stato come l’Egitto possa ascoltare le nostre richieste. Ma non possiamo nemmeno arrenderci all’idea che uno studente della nostra comunità venga incarcerato e privato dei diritti fondamentali: dobbiamo difendere i valori per i quali Patrick aveva deciso di studiare e trasferirsi qui a Bologna».

Non speravate in un esito diverso?

«Non c’eravamo fatti troppe illusioni riguardo la scarcerazione. C’è amarezza, disillusione, certo. Ma conoscendo la situazione nel Paese, credo che il caso non sarà di immediata risoluzione. L’auspicio è che Patrick possa tornare il prima possibile qui a Bologna per studiare e frequentare i suoi compagni. In poche parole, per essere libero».

Quando si trattò di Giulio Regeni, l’Università di Cambridge faticò ad assumere posizioni ufficiali di un certo peso. Bologna sta reagendo diversamente.

«L’Università di Cambridge, quattro anni fa, non ha preso posizioni forti. Anche se non è bello fare paragoni, è una realtà che non possiamo dimenticare. Quello che abbiamo deciso di fare noi per Patrick è stato prendere da subito una posizione chiara: la speranza è che serva a impedire che riaccada ciò che è successo a Giulio».

Quanto è importante il vostro impegno, la vostra voce?

«È fondamentale: bisogna mantenere viva l’attenzione sul caso di Patrick perché stiamo parlando di un Paese che ha dimostrato di osteggiare la trasparenza e il rispetto dei diritti civili. Se l’attenzione internazionale si spegne, è più facile che la situazione degeneri in qualcosa di tragico».

In copertina OPEN/Cristin Cappelletti | La mobilitazione all’univiìersità di Bologna per Zaki, 10 febbraio 2020

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