Iran, elezioni parlamentari: vincono i conservatori e Donald Trump. Teheran e Washington sempre più distanti

Con la sua campagna di massima pressione, il presidente americano ha sconfitto i riformatori e la possibilità di un riavvicinamento tra i due Paesi

I primi risultati del voto per il rinnovo del parlamento in Iran confermano quanto annunciato alla vigilia: sarà un Majilis a trazione conservatrice. Ai conservatori andranno almeno 221 seggi su 290. Soltanto 16 i seggi invece andati ai riformisti, cinque ad esponenti di minoranze religiose, 34 a candidati indipendenti. Tra i trionfatori della consultazione alle urne c’è Mohammad Bagher Qalibaf, ex generale dei Pasdaran ed ex sindaco di Teheran, che molti indicano come possibile candidato alle elezioni presidenziali del prossimo anno per succedere a Hassan Rohani. Vince anche l’astensionismo: secondo alcuni medi circa un terzo degli aventi diritto sarebbe andato a votare. Il secondo round delle elezioni parlamentari, che serve per assegnare i 14 seggi rimanenti, si terrà invece il 17 aprile 2020.

Il fallimento dei riformisti

Una vittoria preannunciata per la frangia più radicale dell’establishment iraniano, dopo che a gennaio il Consiglio dei Guardiani aveva squalificato migliaia di candidati riformisti dalla corsa elettorale. Ma, dubbi sulla legittimità del voto a parte, la sconfitta del movimento riformista e dei moderati rappresentati dal presidente in carica Hassan Rohani va attribuita direttamente al fallimento delle politiche del governo. Nel 2016 le elezioni per il rinnovo del parlamento avevano visto una netta vittoria del fronte riformista che era riuscito a portare a casa 126 seggi, e tutti i 30 disponibili a Teheran.

Ma gli ultimi cinque anni delle politiche guidate da Rouhani, a partire da quell’accordo sul nucleare del 2015, hanno portato a una sfiducia generale del popolo iraniano in una classe dirigente che non ha saputo mantenere le promesse sbandierate nella campagna elettorale del 2013. Un sentimento radicato soprattutto tra i più giovani. Le politiche economiche liberali e di apertura del presidente Rouhani sullo slancio dell’accordo sul programma nucleare hanno portato a un aumento delle differenze socio economiche all’interno del Paese.

La crisi economica

In novembre, l’aumento della benzina e il razionamento del petrolio hanno scatenato un’ondata di proteste come non se ne vedevano dalla rivoluzione verde del 2009. Secondo Amnesty International la repressione di Teheran avrebbe portato ad almeno un migliaio di morti, ma il governo ha sempre negato, così come Rohani, primo critico dei movimenti di protesta. Il baratro economico in cui è sprofondato l’Iran, con un’inflazione alle stelle, è dovuto anche e soprattutto alla reimposizione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti dopo il loro ritiro nel 2018 dall’accordo sul nucleare. Con l’entrata alla Casa Bianca di Donald Trump, consigliato dai falchi più anti iraniani del suo establishment, i rapporti tra Washington e Teheran si sono molto deteriorati.

La campagna di massima pressione imposta dai repubblicani ha inclinato un rapporto che con l’accordo del 2015 sembrava poter aprire uno spiraglio per un riavvicinamento iniziato a fine anni ’90 dall’allora presidente iraniano Mohammad Khatami. È improbabile che questo voto abbia un’influenza significativa sugli affari esteri o sulla politica nucleare dell’Iran, che sono determinati dalla Guida Suprema l’ayatollah Ali Khamenei. Un parlamento conservatore potrebbe però favorire l’ascesa alla presidenza nel 2021 di un leader lontano dall’impegno con gli Stati Uniti. Un impegno già profondamente compromesso dall’uccisione del generale Qassem Soleimani lo scorso 3 gennaio.

La tragedia del Boeing ucraino

A complicare le cose per una riconferma dei riformisti al governo è anche l’ormai nota gestione della tragedia che ha visto l’Iran responsabile dell’abbattimento del boeing ucraino l’8 gennaio scorso, notte della risposta di Teheran all’omicidio del comandante delle forze Quds dei Pasdaran. Il tardivo mea culpa di Teheran ha scatenato la rabbia dei cittadini iraniani che per giorni sono scesi a migliaia nelle strade del Paese per chiedere giustizia dopo la morte di 176 persone con i giovani ancora una volta in prima fila.

Una vittoria per Donald Trump

Queste elezioni parlamentari sono state caratterizzate da un’apatia politica diffusa per una consultazione che ha un unico vero vincitore: Donald Trump. Con la sua campagna di massima pressione, complice la passività dell’Unione europea nel mettere in pratica le misure necessarie per salvare l’accordo e i rapporti economici con Teheran, il presidente americano è riuscito ad allontanare ancora di più la prospettiva di un incontro a metà strada con il governo iraniano e con esso le aspirazioni di maggior libertà di un intero popolo.

Leggi anche: