Dl Rilancio, serve ma non rilancia, semmai rattoppa. I commenti sui giornali al decreto del governo

Tutti i limiti e le lacune dell’ultimo provvedimento del governo per far fronte all’emergenza Coronavirus. Una marea di aiuti immediati, certo, ma che rischiano di essere di corto respiro

Solo i principali quotidiani di informazione hanno avuto il tempo di esaminare e quindi commentare il decreto Rilancio Italia, varato ieri sera dal governo. Il più autorevole degli editorialisti che lo hanno valutato, il professor Sabino Cassese, parla sul Corriere della Sera di «ombre sui tempi e sui modi»

«L’intento del provvedimento è risarcitorio: ristabilire un equilibrio rotto non dalla pandemia, ma dall’azione governativa diretta a tenerla sotto controllo. Il mezzo consiste in elargizioni. Il risultato è un forte aumento del potere dello Stato come intermediario finanziario, come redistributore. In questo tipo di operazioni, è cruciale accertare con quale strumento si opera, chi sono i beneficiati e chi gli esclusi, quali sono i tempi di realizzazione e la durata e quali sarebbero state le alternative. Lo strumento prescelto è il decreto legge, un atto al quale si dovrebbe ricorrere – dispone la Costituzione – in casi straordinari di necessità e di urgenza».

«Il governo non ha tenuto conto dell’urgenza, visto che il decreto era stato annunciato due mesi fa e dovrà ora passare al vaglio del Parlamento, indaffarato nella conversione di analoghi provvedimenti (dal 23 febbraio il governo ne ha prodotti 11). Le opposizioni hanno ragione nel lamentare (mozione dell’11 aprile) che lo Stato di diritto è violato e che il Parlamento non è messo nelle condizioni di poter vagliare questa massa di atti disparati, che rimangono solo sotto l’occhio (si spera vigile) della Ragioneria generale dello Stato. Prima conclusione: se la pandemia ha un ciclo ormai chiaro, l’azione di governo ha un ciclo oscuro, vive alla giornata, non sceglie né gli strumenti né i tempi giusti. Fino a dove deve arrivare il risarcimento? Chi include e chi esclude? Questa è una decisione difficile. Ma costruita nel modo che si è detto, ha fatto nascere in tutti la voglia di salire sul carro, per cui il decreto legge è divenuto una sommatoria di proposte (256 articoli, 495 pagine). Se si voleva scegliere, bisognava darsi un obiettivo, stabilire criteri per selezionare e poi resistere alle pressioni, scegliendo le priorità. Il governo avrebbe avuto almeno un’altra alternativa. Invece di scegliere la direzione del risarcimento (quella del “dare”, che confina con l’assistenzialismo), prendere la strada dell’accelerazione, cogliendo l’occasione della crisi per moltiplicare i suoi investimenti, sbloccando le procedure arrugginite, e per sgravare di vincoli, anche fiscali, gli investimenti privati, in modo da dare un impulso all’economia in generale, con ricadute in tutti i settori».

Un giudizio quindi netto, come quello che su Repubblica esprime Sergio Rizzo nel suo editoriale:

«Di “rilancio” c’è soltanto la parola. Non si intravedono strategie di sviluppo, investimenti degni di tal nome, un cambio di passo nelle pastoie burocratiche. La verità è che questa maxi maxi Finanziaria dell’emergenza contiene una sterminata serie di toppe: 256, quante gli articoli Il giorno del parto, alle perplessità già espresse su questo giornale se ne aggiunge un’altra. Anziché un decreto lungo come I Buddenbrook di Thomas Mann, nato dopo un paio di mesi di gestazione e che si bloccava ogni giorno perché certi grillini erano contro la sanatoria dei migranti che non c’entra nulla con il blocco dell’Irap o le bici elettriche, non si potevano fare più provvedimenti, coerenti per materia, snelli e mirati? Magari certi problemi non sarebbero stati risolti, però di sicuro affrontati. Ma invece di seguire il buonsenso a capitoli, si è preferito il modello della legge Finanziaria.

Una super-super-Finanziaria. Scritta peraltro in ostrogoto. Un immenso calderone dal lessico a tratti incomprensibile con i ministeri che hanno fatto a gara per infilarci di tutto. E che ha la strada già segnata. Un Vietnam alla Camera, bombardato da emendamenti, e un Vietnam bis al Senato. Due mesi di guerriglia parlamentare e finale con voto di fiducia: si accettano scommesse. Ed è ancora niente, in confronto al problema più grosso. Il fatto è che qui di “rilancio” c’è soltanto la parola. Non si intravede una strategia di sviluppo, non ci sono investimenti degni di tal nome, non si prefigura un cambio di passo nelle pastoie burocratiche. La verità è che questa maxi-maxi-Finanziaria dell’emergenza contiene soltanto una sterminata serie di toppe: 256, quanti sono gli articoli. E alcune pure fatte male. Come la revisione della cassa integrazione in deroga.

Pensavano di colmare odiosi ritardi dovuti alle inerzie e a certi passaggi burocratici trasferendo le competenze delle Regioni all’Inps; ne è venuto fuori un obbrobrio, con l’Inps che anticipa poco meno della metà dei soldi e le Regioni che conservano comunque una parte dei poteri».

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