Silvia Romano, parla l’amica partita con lei in Africa: «Chi la insulta voleva che tornasse in lacrime. Ora fate silenzio»

«L’islam era l’unico credo cui poteva appigliarsi per sopravvivere. Nessuno conosce il contesto in cui è maturata l’idea, io so solo che quando l’abbiamo vista in televisione abbiamo riconosciuto il suo sorriso. Non ci importava altro»

«Cara Silvia, il verde mi piace da matti, sii quello che sceglierai di essere». A parlare al Corriere della Sera è Francesca, volontaria che si trovava insieme a Silvia Romano a Chakama, in Kenya: tornò in Italia poco prima che l’amica e cooperante, oggi 24enne, fosse rapita da un gruppo terroristico legato ad Al Shabaab, il 20 novembre 2018. «Lei è tornata. Io sono felice. Sono contenta che sia arrivata sorridendo».

Francesca prova a zittire le polemiche legate al rientro di Silvia in Italia dietro alla conversione della ragazza. «A quelli che oggi la insultano, noi amici abbiamo qualcosa da dire. Avete in testa uno schema semplificato e binario dove bianco è bene, nero è male, e grigio non interessa. Volevate scendesse dall’aereo come ve la eravate immaginata voi, emaciata, piangente, fiaccata nel corpo dall’aguzzino e nell’anima dal senso di colpa perché come Icaro aveva preteso troppo dalle sue possibilità?».

E aggiunge: «Tutto le avreste ”perdonato” se il cappuccio fosse stato grigio cenere e gli occhi tremolanti di lacrime cariche di senso di colpa?». Poi, Francesca chiede rispetto per la situazione di Silvia Romano e di tutti i cooperanti che scelgono di partire verso Paesi lontani: «Basta, adesso. Basta odio, facciano silenzio. Abbiamo studiato tanto per occuparci di infanzia e cooperazione internazionale, siamo ragazzi e ragazze responsabili, in Africa volevamo costruirci un pezzo di esperienza per un futuro anche lavorativo».

«A Silvia è successo l’inimmaginabile, per un anno e mezzo – chiosa Francesca -. Vedere adesso che finalmente è tornata questo clima intorno a lei riempie di rabbia e amarezza, io spero che venga denunciato chi insulta e si permette di giudicare». La ragazza glissa sulle eventuali responsabilità della onlus Africa Milele: «Quando c’ero io eravamo in tanti, ma la magistratura farà le indagini».

Sul tema della conversione, Francesca dà la sua interpretazione: «L’islam era l’unico credo cui poteva appigliarsi per sopravvivere. Nessuno conosce il contesto in cui è maturata l’idea, io so solo che quando l’abbiamo vista in televisione abbiamo riconosciuto il suo sorriso e per un attimo è sembrato lo stesso di quando a settembre festeggiavamo i suoi 23 anni a Chakama con la torta e gli applausi. Non ci importava altro».

E conclude: «Avrà fatto leva su tutte le risorse e lo spirito di adattamento che ha in corpo. Ora che è tornata libera di scegliere, diventerà la donna che vuole. Ci vorrà pazienza ma sarà più forte di tutto. Ha ben altro cui pensare che a quattro hater da tastiera, ha bisogno di tempo e tranquillità per elaborare tutto quello che ha dentro».

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