Pillola abortiva, il fai-da-te delle regioni che minaccia la salute delle donne

La regione Umbria, guidata dalla leghista Tesei, ha abrogato la sperimentazione del farmaco RU486 in regime di day hospital. Ma la mancanza di linee guida chiare crea confusione in tutto il Paese

In Italia si torna a discutere di aborto e diritti delle donne. Ancora una volta. L’approvazione da parte della Giunta regionale umbra di una delibera con cui viene definitivamente abrogata la sperimentazione dell’Ivg farmacologica in regime di day hospital ha suscitato molte polemiche. Le donne che, in Umbria, vorranno sottoporsi a una interruzione volontaria di gravidanza mediante pillola abortiva, dovranno necessariamente farlo con tre giorni di ricovero.

La presidente della Regione Donatella Tesei, leghista, ha spiegato di aver applicato la legge nazionale non per togliere un diritto alle donne, ma per aggiungere la garanzia di poter abortire in sicurezza. Le associazioni in difesa dei diritti delle donne sostengono invece che obbligare una donna al ricovero vuol dire esporla a un trauma maggiore, oltre che all’obbligo – nei fatti – di dover comunicare i motivi del ricovero a chi sta loro intorno, dal datore di lavoro ai familiari. Il nodo è rappresentato dalla Legge 194, che da un lato stabilisce il ricovero ospedaliero, ma dall’altro lascia alle Regioni la possibilità di organizzarsi autonomamente, in modo diverso dalle altre.

Nel 2018, la precedente Giunta regionale umbra guidata da Catiuscia Marini, aveva stabilito la possibilità di abortire, entro la settima settimana di gravidanza, mediante l’uso della pillola RU486, in regime di day hospital e assistenza domiciliare.

«In Francia l’RU486 la dà il medico di famiglia. Le donne ricevono dalle mani del medico il farmaco, vanno a casa, possono chiamare il medico se non stanno bene oppure possono andare in ospedale», spiega a Open la Dott.ssa Elisabetta Canitano, ginecologa, presidente dell’associazione Vita di donna, che fa parte della Casa internazionale delle donne.

Il 19 ottobre del 2009, si legge sul sito dell’associazione, l’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) ha autorizzato l’immissione della pillola RU486, il farmaco per l’aborto medico, negli ospedali italiani. Tuttavia è stato ribadito l’uso esclusivo all’interno degli ospedali e l’obbligo di far seguire la somministrazione a un ricovero programmato di tre giorni. Una indicazione, però, che nei fatti non è un obbligo.

Le differenze tra Regioni

Varie regioni hanno optato per la somministrazione in day hospital, dato il parere non vincolante dell’Aifa, ci spiega la dottoressa. La prima è stata l’Emilia Romagna, seguita poi da Toscana, Puglia, Lazio, Liguria, Piemonte e Lombardia. In alcuni ospedali di altre regioni italiane, invece, per superare il vincolo del ricovero le donne assumono il primo farmaco, poi firmano le dimissioni volontarie per poter lasciare l’ospedale, salvo poi tornare il terzo giorno per per l’assunzione del secondo farmaco. Il quadro che sembra emergere è un’Italia in cui le Regioni, e gli ospedali all’interno dei singoli territori, vanno in ordine sparso, non riuscendo a garantire in maniera capillare e universale un diritto.

Quello dei tre giorni di ricovero è «un delirio» dice Canitano, spiegando che «le donne il primo giorno prendono il primo farmaco, l’RU, che interrompe la gravidanza. Però questo farmaco, che elimina la produzione dell’ormone che sostiene l’evoluzione della gravidanza, non è una bastonata. Non è che la signora alle 9 lo inghiotte e alle 10 la gravidanza è interrotta. Nel corso delle successive 48 ore questo farmaco interromperà la gravidanza. Tenere la donna ricoverata, aspettando che questo farmaco faccia effetto, è una forma di delirio. È completamente privo di senso comune».

«La maggior parte degli ospedali italiani non ha un servizio per l’RU farmacologica, sono pochi quelli che ce l’hanno. Così l’Umbria, malgrado la delibera della Marini ottenuta dopo otto anni di faticose peregrinazioni, lotte e raccolta di firme. Non è mai stata applicata bene quella delibera, che adesso la Tesei ha cancellato», ci spiega la Dott.ssa Marina Toschi, dell’associazione Pro-choice. Rete italiana contraccezione aborto.

Mancano le linee guida

Secondo Toschi c’è anche un problema di linee guida, che rende più difficile l’applicazione di questo diritto, relativamente al tempo limite entro cui poter usare il farmaco: «È necessario modificare le linee di indirizzo a livello nazionale, – afferma – in modo da rendere libera e uguale la possibilità, come nel resto d’Europa, di usare l’RU fino a nove settimane, noi siamo l’unico Paese che la usa solo fino a sette».

Intanto una nota del ministero della Salute ha annunciato che il ministro Roberto Speranza ha chiesto un nuovo parere al Consiglio superiore di sanità, in merito all’interruzione volontaria di gravidanza con il metodo farmacologico. L’ultimo parere in materia era stato espresso dal CSS nel 2010.
 

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