Maturità 2020, diario di un presidente di commissione: mai sottovalutare gli architetti in erba

Cronache di un docente incaricato di presiedere la giungla dell’esame ai tempi della pandemia

In una mattinata che scorre senza intoppi, serena, distesa, spiccano i desiderata degli studenti, i loro aneliti, le loro aspirazioni più o meno ovvie e ritrite. Molti seguiranno il percorso intrapreso, molti staranno nel solco, ma qualcuno sfugge, si gira altrove.

Qui c’è un architettino fatto e finito, la sua studiata icona. Le mani lunghe, diafane mosse con grazia da pianista, usate per spiegare i punti fermi della sua dissertazione e gli svolazzamenti mentali, le ispirazioni. La pelle del viso anch’essa trasparente, emaciata, malaticcia, forse a segnalare risaputo interiore rovello di chi sogna, pensa camminando, si ciba con poco (forse vegetariano?).

I capelli divisi con una riga a metà, due ciuffi laterali, che ricordano i film anni ’30 in bianco e nero, biondi, occhi cerulei, ma non di ghiaccio, solo chiari e basta. La voce garbata, ferma e decisa. Una giacchetta caffè, pantalone beige, camicia bianca, come lui. Presenta i suoi lavori, sicuro, ti guarda dritto in volto, senza supponenza. Si appoggia ad antichi e contemporanei architetti.

Concettualizza il team work come confronto e compensazione, non tanto legato alla messa in comune delle potenzialità di ognuno, che talvolta può essere vissuto come deprivante della prosopopeica soggettività, ma piuttosto nella ricerca di quanto l’altro possa offrire per colmare le proprie lacune, mancanze, crepe. Una visione molto più altruistica. Stupisce in un ragazzo di questa età.

Un Renzo Piano?

L’ultima domanda dei commissari – sventato ricordo di antichi temini delle elementari, “che cosa voglio fare da grande”, “cosa vedo dalla finestra della mia camera”, “la mia famiglia” (guai darlo oggi turberebbe le delicate animucce) – lo pone di fronte al futuro. Ebbene questo giovane, così gentilmente calato nella progettazione di spazi, avrà l’aspirazione di divenire un architetto? Di seguire il percorso da se stesso tracciato? Di emulare il suo caro prof che tanto tempo e amore e sapere gli ha dedicato?

Vorrà divenire un seguace di Renzo Piano? Progettare case, città, salvare ponti e dighe? No. All’architettino piacciono le non più nuove sfide: è stata l’informatica (ma va’?) a rapire lui, come quasi tutti, a fagocitarlo (complice il Covid?) a vincere, ancora facile, una mente brillante. Una scelta inaspettata ai suoi prof, uno scialo – dicono -, ma lui pallido recupera: “Metterò l’informatica aL servizio dell’architettura!”. Corner plateale!

Una… Ismaele?

Poi c’è Elena (nome di fantasia) un’altra emaciata fanciulla (ma in questa scuola sono tutti pallidi?), gli occhi un po’ in fuori, deboluccia sulle materie, ma calma, socratica, forse pensa anche di sapere meno di quel che sa. (Capita, raramente, ma capita!). Veste una maglietta bianca con un lungo pizzo applicato “ton sur ton” e conduce l’esame cavalcando l’elemento Natura, una deformazione, la sua, una forma mentis, un credo.

Un’ inespugnabile passione che depriverà, ancora una volta, il parco architetti da un promettente elemento di sostegno. Lei vuole fare la biologa, andar per mari (dal Piemonte? Chi le avrà passato questa passione? Un amore forse?) salvare balene,  perché tra le cose che i ragazzi preferiscono c’è il verbo salvare, un istinto, un fervore soteriologico. Un senso irrefrenabile di protezione e accudimento. Forse non sarà l’Italia il suo Paese dove si salva chi può. Un altro cervello in fuga?

La Montagna incantata

E poi la Rossa, la tizianesca Rossa non ha voluto seguire l’ultima lezione preparatoria, suo malgrado, la simulazione pre-esamone, il Totalone, come lo chiamano adesso e così era un po’ persa, un po’ agitata. Ma lei pensa alla montagna che la aspetta. Al progetto di vita con il suo compagno (ha già un amore fisso con cui progettare un futuro, beata lei! Direbbero le tante proffie zitelle). Che la vede in fuga sui monti a costruire chissacche’ con i cavalli e le capre. Che gioia! Che spazio libero! Perché mai impegnarsi nel Totalone. 

Massì, vada in montagna felice, alla faccia delle decine di ore di orientamento a spiegare le possibilità universitarie, gli sbocchi lavorativi. Altro che Master: che vinca la Montagna incantata!

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