Focolaio in Veneto, parla il sindaco di Sossano: «Fraron non è un untore, prima di lui altri due casi: il Tso serve» – L’intervista

Il primo cittadino difende il manager accusato di aver scatenato il focolaio in provincia di Vicenza, ma si dice d’accordo sulla linea dura invocata dal presidente Luca Zaia

«Mi risulta difficile credere che abbia fatto l’untore. Sicuramente si è comportato con leggerezza, aveva dei sintomi che non ha voluto interpretare come sintomi del Covid, ma da qui a dire che pur sapendo di essere positivo scorazzava per i paesi limitrofi mi pare un po’… insomma…». Enrico Grandis è il sindaco leghista di Sossano, il piccolo comune veneto dove abita il manager Lino Fraron, l’imprenditore risultato positivo domenica 28 giugno dopo un viaggio in Serbia, al centro delle polemiche per gli spostamenti avvenuti nei giorni precedenti alla diagnosi, quando già avvertiva sintomi riconducibili al Coronavirus. Grandis, pur “garantista” nei confronti di Fraron, è però d’accordo con il governatore Luca Zaia: in alcuni casi il Tso, il trattamento sanitario obbligatorio, serve.


Domenica 28 giugno il manager Lino Fraron è stato trovato positivo al Coronavirus. Sossano è un paese molto piccolo. Che cosa ha pensato quando lo ha saputo?

«Io ero all’estero. Sono rientrato lunedì sera. Però già nel corso della giornata avevo ricevuto la notizia da una fonte affidabile ma non ufficiale. Sono rientrato in paese nella tarda serata e ho trovato conferma del dato sulla piattaforma dell’Ulss».

Lei conosce Lino Fraron? Come spiega il suo comportamento?

«L’ho conosciuto un paio di mesi fa. Ne avevo sentito parlare perché è un residente del nostro Comune da qualche anno, anche se la sua attività è nei Comuni limitrofi. Sul comportamento che è stato descritto dai media non mi pronuncio, però ho anche qualche riserva. Da quel che mi risulta, dal suo primo ricovero in pronto soccorso poi non ha più avuto contatti con l’esterno. Ha rifiutato il ricovero, è stato dimesso su sua richiesta, però ha raggiunto l’abitazione e non si è più mosso da lì. Mi risulta difficile credere che abbia fatto l’untore. Sicuramente si è comportato con leggerezza, aveva dei sintomi che non ha voluto interpretare come sintomi del Covid, ma da qui a dire che pur sapendo di essere positivo scorazzava per i paesi limitrofi mi pare un po’… insomma… Detto questo, non che sia un comportamento da encomiare, ma neanche da mettere al rogo. Da quel che mi risulta la situazione è un po’ meno fosca di come è stata dipinta finora».

Sindaco è vero che è stato lei a convincerlo a ricoverarsi? Com’è andata?

«Non so se il mio intervento sia stato decisivo. Sicuramente è stata una azione convergente tra la persona stessa, cioè Fraron, gli uffici dell’Ulss nella persona della dottoressa Maria Teresa Padovan, e me. Il soggetto era sotto osservazione da parte dell’Ulss secondo i protocolli. Nello specifico: quando nella mattinata di martedì la dottoressa non riusciva a contattarlo ci siamo sentiti e ho raggiunto fisicamente l’abitazione di Fraron. Lui era già intenzionato a ricoverarsi e abbiamo agevolato questa sua decisione».

Sindaco è stato possibile ricostruire con certezza gli spostamenti in Italia del manager prima del 28?

«Sinceramente non è di mia competenza, ovvero: abbiamo già avuto, nei mesi scorsi, delle persone residenti interessate dalla positività e le abbiamo sempre gestite. Il vantaggio di essere in un paese piccolo è che il fattore umano conta tantissimo. O direttamente o indirettamente si riescono a reperire notizie che in altri luoghi non sarebbero possibili. Gli spostamenti precedenti alla giornata di domenica 28 li ho appresi dalla stampa e dai comunicati vari. Ho avuto anche degli scambi con i colleghi sindaci di zona, interessati dalle attività del manager, però non so dirle con certezza dove si sia spostato».

Sindaco lei è d’accordo con il governatore Zaia che chiede di poter applicare il Tso, il ricovero coatto, per chi è positivo e non vuol farsi ricoverare?

«Su questo concordo pienamente. Nel caso mio specifico nei mesi scorsi abbiamo avuto due soggetti che hanno avuto comportamenti discutibili. Uno in particolare. So che cosa vuol dire essere inermi. In questi casi specifici credo che sia doveroso il ricovero coatto».

Quali misure sono state prese per limitare il focolaio a Sossano? Come Comune in che modo state contribuendo?

«Non parlerei di focolaio. Abbiamo solo un caso conclamato positivo. Abbiamo avuto dei contatti stretti e meno stretti che sono già sotto osservazione. La notizia ai media è arrivata con qualche giorno di ritardo. Come abbiamo fatto nelle situazioni precedenti, parlo per me ma credo di esprimere il sentimento anche dei sindaci di zona, abbiamo sempre gestito con le istituzioni ogni situazione, ovvero: Ulss, Comune e forze dell’ordine. Anche in questo caso è stato applicato lo stesso metodo».

Come ha reagito Sossano a questa situazione?

«Veniamo da una situazione pesante. Io parlo come amministratore. Una situazione sfiancante dal punto di vista psicologico. Abbiamo iniziato a febbraio, siamo geograficamente molto vicini al paese di Vo’ Euganeo. Sembrava che ci fosse un allentamento della situazione, invece bisogna sempre ricordare che il problema è latente e non ancora risolto. Sossano ha risposto bene anche in questo caso specifico. Non ho trovato allarmismi particolari. Noi, un po’ in silenzio e un po’ nell’ombra, abbiamo subito preso in mano la situazione e abbiamo cercato anche di gestirla. Mi pare che fino adesso ci siamo riusciti anche abbastanza bene. Spero che la situazione si risolva positivamente, soprattutto per l’interessato che è attualmente ricoverato e per i familiari. Spero che il clamore si sgonfi un attimo così da ritornare alla quotidianità».

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