Il rapporto finale sulla strage al Trivulzio: in piena emergenza assente il 65% del personale, protezioni solo per pochi

Nelle raccomandazioni conclusive, la commissione invita a ridurre i posti letto, assumere personale specializzato, aumentare le scorte di dpi e a riorganizzare gli spazi interni per avere più camere singole a disposizione

La relazione finale della Commissione regionale sulla gestione dell’emergenza nel Pio Albergo Trivulzio, dopo 23 riunioni, 16 audizioni e 1.400 documenti analizzati, è arrivata. Nella storica residenza per anziani milanese, dove il Coronavirus è entrato e ha mietuto vittime – 300 nell’Rsa tra gennaio e aprile -, non è andato tutto bene. Lo scrive il Corriere della Sera, riportando stralci del documento conclusivo, consegnato alla Procura di Milano.

Assenteismo

«Un livello così elevato di assenze difficilmente trova spiegazione nella diffusione del contagio tra gli operatori», si legge nel testo. Con l’emergenza che divampava nel Trivulzio, il 65% dei circa 900 operatori che ci lavorano risultavano assenti. Chi per malattia, chi per permessi vari, la maggior parte dei dipendenti della struttura, già dal 21 febbraio, non era presente sul posto di lavoro. Di questi, il 9% «è assente per infortunio da contagio da Covid», gli altri sono a casa per i più svariati motivi.

Il risultato? Il numero dei presenti è sceso a 256 unità. «Un elevato tasso di assenteismo del personale, anche prima dell’emergenza sanitaria, che ha raggiunto dimensioni tali da rendere difficoltoso non solo il rispetto di regole e procedure ma gli stessi livelli di assistenza». Fermo restando che Vittorio Demicheli, direttore sanitario dell’Ats Milano e presidente della commissione, insieme agli altri membri, premette che ci si è trovati di fronte a «uno straordinario fenomeno pandemico».

Dispositivi di protezione individuale e tamponi

La relazione conclusiva ripercorre anche la vicenda relativa alle mascherine di tipo ffp2. Nel Trivulzio, per il primo mese dell’emergenza in Italia, sono state destinate solo al personale considerato a rischio per le proprie condizioni di salute, ignorando, invece, le specifiche della mansione svolta. Solo il 22 marzo sono state date, per la prima volta, prescrizioni per proteggersi dal droplet e un mese dopo, il 22 aprile, dispositivi per proteggere altre parti del corpo e non solo il viso.

La prima fornitura di dpi della Protezione civile è arrivata il 23 marzo. Ma è il numero di tamponi effettuati sul personale a essere segnalato come particolarmente carente. Solo due operatori su dieci sono stati sottoposti a test, il 21%, mentre nelle strutture sanitarie pubbliche la media di tamponi somministrati al personale è stata pari al 40%. Il 16% dei dipendenti del Trivulzio testati è risultato positivo. Nell’Rsa, non è stata «corrisposta
una piena e adeguata applicazione di regole e procedure» per la protezione dei lavoratori.

Raccomandazioni finali

Dopo la constatazione da parte della commissione che i malati arrivati dagli ospedali sotto pressione erano «dichiarati no-covid dalla struttura di provenienza – solo perché non avevano sintomi, e che ciò – non forniva sufficienti garanzie nell’eventualità d’ingresso di persone infette asintomatiche», la relazione rileva anche nella gestione degli spazi e nella forza lavoro del Trivulzio delle criticità da risolvere. L’invito è alla «riorganizzazione interna – al fine di – rispondere più efficacemente in caso
di emergenza».

La commissione segnala la necessità, oltre di aumentare il personale in presenza e la scorta di dpi, di ripensare gli spazi interni per ricavare più camere singole, indispensabili per garantire l’isolamento dei pazienti. Assunzioni di infermieri presenti h24 e personale medico specialistico andrebbero accompagnate da un nuovo tetto «di 120 posti letto per consentire all’organizzazione sanitaria di rispondere più efficacemente in caso di emergenza».

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