Avere un pessimo capo se sei incinta fa male alla salute. Anche a quella del neonato – Lo studio

Pur incompleti e frammentati, i dati sulle discriminazioni per maternità parlano di cifre esorbitanti. Ora uno studio scientifico dimostra gli effetti del mobbing sulla salute delle madri e dei neonati

Qualcuno li chiama segreti pubblici. Quelle questioni di cui tutti conoscono l’esistenza – e delle quali, spesso, si ha già riprova scientifica – ma su cui si fatica ad aprire un vero dibattito pubblico. Tra tutti quelli che esistono – ad esempio il tema dell’ansia – ce n’è uno in particolare: il mobbing derivante dalla gravidanza e dalla maternità. Secondo un recente studio pubblicato sul Journal of Applied Psychology, la discriminazione per maternità ha conseguenze non solo sulla psicologia e sulla condizione economica delle donne, ma anche sulla loro saluta fisica e su quella del feto.

In generale, il mobbing viene definito come «una forma di terrore psicologico che viene esercitato sul posto di lavoro attraverso attacchi aggressivi e ripetuti da parte dei datori di lavoro, da parte di superiori, ma anche da parte di colleghi» (dall’Osservatorio nazionale sul mobbing). Lo scopo ultimo della pressione è, ça va sans dire, quella di indurre la persona alle dimissioni – così da per poter aggirare i paletti delle tutele e delle garanzie che ne impediscono il licenziamento.

Raccogliere i dati completi non è facile, sebbene il fenomeno sia stato già dimostrato nella letteratura scientifica. Non sempre gli abusi di questo tipo vengono segnalati: a volte, anzi, vengono dati per buoni dalle stesse vittime – quasi come si percepisse un’irreversibilità dello status quo.

Secondo quelli che sono i dati raccolti dall’Osservatorio nazionale mobbing, solo in Italia «negli ultimi due anni (2013-2015) sono state licenziate o costrette a dimettersi 800 mila donne, di cui 350 mila sono quelle discriminate per via della maternità o per richieste che tendevano ad armonizzare il lavoro con le esigenze famigliari».

A causa del mobbing post-partum, inoltre, 4 donne su 10 sono state spinte a lasciare il proprio impiego: «21% al Sud, 20% al Nord-Ovest, 18% al Nord-Est – il resto nelle isole e nelle periferie».

Lo studio

Lo studio pubblicato sul Journal of Applied Psychology, dal titolo «Examining the Effects of Perceived Pregnancy Discrimination on Mother and Baby Health», non mira semplicemente a dimostrare l’esistenza del fenomeno – che è già ampiamente riconosciuto in letteratura e che, solo negli Stati Uniti, è stato segnalato oltre 50mila volte in dieci anni (fonte: Us Equal Employment Opportunity Commission [U.S. EEOC], 2018).

L’obiettivo delle ricercatrici è anche e soprattutto dimostrarne gli effetti. La conclusione della ricerca, derivante da due analisi congiunte, è che lo stress da discriminazione ha conseguenze dirette sulla salute della madre e del feto.

Le autrici dello studio sono Kaylee Hackney della Baylor University, Shanna Daniels, Samantha Paustian-Underdahl, e Pamela L. Perrewé della Florida State University, Ashley Mandeville della Florida Gulf Coast University e Asia Eaton della Florida International University. Le professoresse hanno seguito 252 donne nel loro periodo di gravidanza al lavoro e nei mesi di rientro dopo il parto.

Le discriminazioni – che possono prendere la forma dell’isolamento, dell’atteggiamento negativo dimostrato nei loro confronti o del progressivo demansionamento – hanno portato alla depressione e all’indebolimento fisico delle madri, e a diffusi problemi alla nascita nei neonati, tra cui la condizione di sottopeso.

L’insufficiente dibattito politico sull’argomento ha causato, tra le altre cose, una scarsa competenza dei datori di lavoro che sono spesso all’oscuro degli effetti concreti che le loro azioni hanno (al di là della concreta volontà di agire per costringere le madri a dimettersi). Come uscirne, dunque?

«A volte capi più sensibili pensano che affidando meno lavoro alle donne in gravidanza possa ridurre loro lo stress», scrivono le studiose. «Ma in alcuni casi questo può essere percepito come discriminatorio». Anche stavolta, come sempre, la soluzione è la stessa: «Chiedere alle dipendenti cosa preferiscono», scrivono le autrici. «Avere un dialogo aperto con tutte le dipendenti per capire come affrontare al meglio il momento».

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Foto copertina: Maria Shukshina su icons8