Svolta nel mondo dei rider, la proposta della ministra Catalfo: «Subito un contratto di lavoro nazionale»

La proposta è stata rilanciata dalla ministra della Pubblica amministrazione Fabiana Dadone: «Difendiamo il lavoro, allarghiamo le tutele, nessuno rimanga indietro»

Quello del rider è ormai un mestiere al limite dell’eroico ma, forse, potrebbe arrivare a un punto di svolta. La ministra del lavoro Nunzia Catalfo ha annunciato un nuovo passo avanti, con la proposta per i ciclofattorini di un contratto di lavoro. «Una delle mie prime azioni da ministro del Lavoro è stata quella di dare tutele ai rider. Ora occorre fare un passo avanti: dare loro un contratto collettivo nazionale».


ANSA/ALESSANDRO DI MEO | Nunzia Catalfo

Sottopagati, senza tutele, e ultimamente anche esposti ai rischi di contagio da Coronavirus per aver garantito il servizio mentre tutto era fermo per il lockdown, i rider sono una tra le categorie di lavoratori più sfruttati di sempre. La ministra si è dunque messa a disposizione affinché il ministero del Lavoro «diventi sede istituzionale del confronto tra le parti sociali». Un annuncio subito rilanciato dalla ministra della Pubblica amministrazione Fabiana Dadone, che su Twitter ha commentato: «Difendiamo il lavoro, allarghiamo le tutele: con il M5s al Governo nessuno rimane indietro».

Una presa di posizione, quella di Catalfo, che arriva dopo l’ultimo tentativo della categoria di farsi sentire attraverso lo sciopero di giugno, a Milano. Una protesta che ha portato centinaia di ciclofattorini a invadere il capoluogo lombardo al grido di «Senza diritti il servizio non è garantito». Già in occasione del primo maggio i rider avevano fatto sentire la propria voce organizzando presidi in varie città al grido di «Non siamo eroi, siamo lavoratori. Diritti, reddito e dignità».

A peggiorare ulteriormente la situazione, il commissariamento di Uber Italy, a maggio. La filiale italiana del gruppo americano che, secondo il Tribunale di Milano, avrebbe «consapevolmente» sfruttato i rider in diverse città italiane. Uber era «pienamente consapevole della situazione di sfruttamento» dei rider, sostengono i giudici, pagati «3 euro l’ora» e «puniti» anche togliendo loro le mance e parte dei compensi.

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