Aborto farmacologico, Kustermann: «La riforma di Speranza? Un passo avanti, ma la rivoluzione è ancora da fare» – l’intervista

Il bene delle donne? «La libertà di fare un figlio quando lo desiderano», dice la primaria del Pronto soccorso ostetrico-ginecologico del Policlinico di Milano commentando le nuove linee guida sulla pillola abortiva

Prima donna primaria del Policlinico di Milano, la dottoressa Alessandra Kustermann dirige il Pronto Soccorso ostetrico-ginecologico. Fondatrice del Soccorso Violenza Sessuale e Domestica, è al fianco delle donne da anni. Due figli avuti ai tempi dell’università, quando la famiglia numerosa le è stata d’aiuto nel sostenere la scelta della maternità a un’età così giovane.

Ma non è sempre così, e non per tutte. Oggi commenta le linee guida, annunciate dal ministro Roberto Speranza ed espresse dal Consiglio Superiore di Sanità, per l’uso della pillola abortiva RU486. Un cambiamento che arriva dopo lunghi dieci anni e che dovrà ora aspettare l’ulteriore verifica dell’Agenzia italiana del farmaco.

Dottoressa Kustermann, niente più ricovero obbligatorio per le donne che scelgono di abortire e allungamento di due settimane per la somministrazione del farmaco. Un cambio epocale?

«Non credo si tratti di una svolta epocale. Un passo avanti sicuramente sì. Il senso della legge 194 è sempre stato quella di togliere le donne dalla clandestinità e garantire loro un aborto in sicurezza. Le linee guida del 2010 furono molto restrittive perché alla base non c’era una cultura che potesse allineare l’Italia agli altri Paesi europei, in cui la normativa era molto più avanti. L’Agenzia italiana del farmaco in quel momento approvò la soluzione della RU486 (oggi mifepristone) a patto che l’aborto avvenisse in ospedale. Con le nuove linee guida la permanenza in ospedale, dopo aver somministrato il farmaco, è pari a un massimo di mezz’ora. Questo permette non solo di fare tutto in day hospital ma anche di rendere più semplice per la donna un percorso già complesso di suo.

Anche la normativa riguardante il precedente limite della settima settimana per il farmacologico è stata costrittiva a lungo tempo. Una donna si accorge di essere incinta dopo qualche giorno di ritardo mestruale, deve poi prendere una decisione difficile come quella di interrompere la gravidanza, trovare un ginecologo disponibile a fare una certificazione, recarsi infine in ospedale per prenotare l’interruzione di gravidanza. Facile con questo iter arrivare oltre la settima settimana e quindi non poter più accedere alla possibilità dell’aborto farmacologico. Ora avranno più tempo per portare avanti la loro scelta».

Un passo in avanti su quale strada?

«Da un punto di vista ‘politico’ mi sento di parlare di un grande passo avanti: è la prima volta che un governo mostra il coraggio di affrontare in modo scientifico il problema senza preclusioni, stabilendo cosa sia davvero utile alle donne. Siamo ora sulla strada che allinea il nostro Paese con le normative che in Europa ci sono già da molto. In Italia il ricorso all’aborto farmacologico è sempre stato basso: più o meno il 20% degli aborti avviene con farmaco, l’80% delle donne sceglie invece il metodo chirurgico. Questo è molto strano se pensiamo che nella maggior parte dei Paesi occidentali avviene esattamente il contrario».

Il motivo?

«Le donne italiane fino a ora hanno fatto scarso ricorso all’aborto probabilmente sia a causa delle tempistiche di somministrazione, come si diceva fino a sette settimane, sia alla linea teorica della maggior parte delle regioni italiane per cui era previsto il ricovero di tre giorni, secondo le linee guida del 2010. Tutto questo si è sempre tradotto in una lettera di dimissioni firmata dalla paziente prima dei giorni previsti, e quindi una presa di responsabilità dalla parte della donna che non vuole o non può rimanere in ospedale tre giorni. E questa assunzione di responsabilità a cui le donne venivano chiamate le ha sempre bloccate. C’è a questo proposito da dire che non è mai esistita una spiegazione scientifica della necessità di dover stare tre giorni in ospedale: la linea guida fu introdotta in Italia quando ormai la RU486 era già ampiamente diffusa in altri Paesi».

Un modo più semplice per sostenere una scelta complessa?

«Più semplice ma non più facile. Nel nostro Paese è sempre stato difficile far passare il concetto che la possibilità dell’aborto farmacologico non è un modo più facile per togliersi un peso. La parola “facilitazione” è sempre stata, a mio parere, altamente offensiva nei confronti delle donne. Prendere la pillola non è, come è stato spesso scritto in passato, “un metodo che riduce l’aborto a una pratica semplice, come prendere un’aspirina o bere un bicchiere d’acqua”. Non è il modo con cui si decide di abortire che cambia la percezione della scelta, complessa e magari dolorosa a prescindere. Questo ha significato pensare che le donne italiane fossero incapaci di intendere e di volere, come se addormentarle e sottoporle a un’operazione chirurgica fosse la strada più doverosa, quasi per punirle per una decisione presa».

In che senso?

«La scelta ritenuta ideologicamente colpevole ha sempre “meritato” un metodo ritenuto più duro rispetto a quello che prevede l’assunzione di un farmaco, ovvero quello chirurgico. Ritenuto, tra l’altro, clinicamente il più sicuro, ma non è così: tutta la letteratura scientifica ha sempre dimostrato che intervenire con uno strumento chirurgico aumenta la possibilità di infezioni, di lacerazioni dell’utero, di complicanze, compreso il rischio di sterilità. L’aborto è il momento in cui la donna si confronta con la sua possibilità di generare e allo stesso tempo con la sua impossibilità di accettare quel bambino che sta aspettando, in quel dato momento della propria vita. Non è necessariamente un rifiuto in assoluto della propria maternità, ma spesso è il rifiuto di un figlio che in quel momento non può permettersi. Perché è precaria nel lavoro, precaria la sua relazione sentimentale. Perché ci sono già altri figli e sente di non essere in grado di gestirne uno in più».

Cosa rappresentano quindi queste nuove linee guida?

«Sono d’accordo sui grandi miglioramenti che queste linee guida simboleggiano anche dal punto di vista culturale, ma la rivoluzione vera non è questa. Una svolta pratica e altrettanto utile consisterebbe nel riuscire a fornire un metodo contraccettivo efficace che tuteli la salute delle donne che lo assumono. Rendere le donne libere dalle gravidanze indesiderate: è questa è la vera rivoluzione. E non ci siamo ancora arrivati».

Quanto è difficile come sfida?

«Si parla di sintomi che riguardano l’umore, il desiderio sessuale, la ritenzione idrica, l’aumento di peso. In questo momento il metodo contraccettivo veramente sicuro è la pillola, ma non è ancora senza effetti collaterali. Su questo la ricerca non sta andando avanti. Si presentano nuove pillole con poche caratteristiche differenti l’una dall’altra ma non c’è vera ricerca. Forse perché non è sufficientemente conveniente, forse per altri motivi. Di fatto non siamo su una strada produttiva in questo senso».

Ci ha spiegato i pro delle nuove linee guida sulla pillola abortiva. In termini clinici possono esserci anche dei contro?

«Direi di no. Ci siamo allineati con la Francia, l’Inghilterra e i Paesi europei in cui la pillola per abortire può essere somministrata in consultorio. La soluzione, a mio parere, migliore in assoluto».

Qual è il ruolo dei consultori?

«Ci sono infermieri, assistenti sociali, psicologi: è il luogo dove le donne possono andare per riflettere sulla scelta. Poter prendere il farmaco abortivo direttamente in consultorio mi sembra la scelta più idonea: sono strutture pubbliche e non vedo alcun aspetto che verrebbe meno alla legge 194. Il sostegno psicologico è fondamentale e attualmente non tutti gli ospedali sono in grado di fornire delle persone specializzate sul tema – come invece si trovano nei consultori. Nel presidio in cui lavoro, il Mangiagalli di Milano, ci sono figure specializzate, ma non è la norma delle strutture ospedaliere in Italia».

In Italia continua ad essere alta la percentuale di obiettori di coscienza, 7 medici su 10 si dichiarano obiettori.

«Le nuove linee guide ovviamente non condizionano la tradizione ideologica e culturale che è nelle radici del nostro Paese. Quello che a livello sanitario potrebbe essere reso più semplice è il punto di vista del risparmio economico di medici e assistenti per le sala operatorie, ma continua ad essere necessaria un’elevata quota di futuri ginecologi non obiettori».

Quali tendenze percepisce da parte dei giovani e delle giovani che si stanno formando in medicina?

«Secondo la mia esperienza, la situazione sta migliorando. Quest’anno nel nostro corso di specializzazione al Policlino di Milano, tra i giovani specializzandi che si sono iscritti non c’è nemmeno un obiettore. Zero su 11 iscritti. È il primo anno che succede. ‘Che stia davvero cambiando qualcosa?’, ho pensato. Prima c’era una percentuale pari alla popolazione generale, il 70% di obiettori. L’importante è non scoraggiarli durante il percorso di formazione, far capire loro che dire di sì a una donna che decide di interrompere la gravidanza vuol dire semplicemente essere un buon medico».

Cosa deve sapere la donna che si avvicina alla scelta dell’aborto farmacologico?

«Bisogna fornire un chiaro consenso informato al fatto che questo tipo di aborto, più semplice per quanto riguarda la fase ospedaliera, non è però più semplice dell’aborto chirurgico. Non è detto per esempio che dopo la contrazione dell’utero l’aborto avvenga dopo poche ore: può passare anche una notte. E soprattutto con determinati sintomi. Deve essere cosciente che sentirà il dolore delle contrazioni per cui sarà fondamentale valutare bene se sia il caso di prescrivere la metodologia farmacologica a una donna che vive in situazioni disagiate, con condizioni igieniche non garantite, con particolari ansie che non le permetterebbero la tolleranza sufficiente allo stato fisico cui andrebbe incontro».

«Per il bene delle donne» aveva detto rispondendo alle polemiche la governatrice umbra Tesei, quando a giugno aveva reintrodotto l’obbligo di ricovero di tre giorni nella sua regione per l’aborto farmacologico. Dottoressa, qual è secondo lei il bene delle donne?

«Oltre alla contraccezione sicura e priva di effetti collaterali? Poter essere sostenute dall’inizio alla fine della propria esperienza di gravidanza a livello economico e di possibilità. La vera libertà è poter avere un figlio quando e come lo desiderano».

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