Sono passati 31 anni dalla morte di Jerry Maslo, il primo bracciante ucciso in Italia vittima del caporalato

La storia del 30enne sudafricano, assassinato nelle campagne della provincia di Caserta, rievoca le battaglie di braccianti e migranti tuttora attuali: riconoscimento dei diritti di lavoratori e profughi in fuga da guerra e miseria

Tra le zolle aride delle campagne del Sud Italia, scorrono rigagnoli di sangue. Da decenni la terra e le braccia che ne raccolgono i frutti vengono calpestate dai caporali: si muovono tra la criminalità organizzata, falciano i diritti umani come sterpaglia e sono accecati dal profitto. Sotto quello stesso sole bollente, mediterraneo, sono morti nelle campagne di Rosarno Soumaila Sacko, il 2 giugno del 2018, e Jerry Masslo, il 25 agosto 1989. I rigagnoli di sangue, però, fanno presto a prosciugarsi. E ci si dimentica che in Italia esistono ancora oggi forme di schiavitù: lo sfruttamento dei braccianti agricoli.

Dal Sudafrica al caporalato

Trentuno anni fa esatti, a Villa Literno, in provincia di Caserta, Jerry Essan Masslo fu assassinato con tre colpi di pistola calibro 7,65. Il suo viaggio da Mthatha, in Sudafrica, per sfuggire all’apartheid, si concluse in un’altra forma di segregazione: era diventato un uomo da caricare sui camion dei caporali nella «piazza degli schiavi», come la chiamavano i liternesi, per lavorare fino a 15 ore al giorno. La paga, ovviamente, era misera: per guadagnare 40mila lire, i braccianti dovevano consegnare a fine giornata più di 40 casse di pomodori da 25 chili ciascuna.

In mancanza di altre forme di sostentamento, in un limbo giuridico che non gli permise di ottenere lo status di rifugiato politico benché suo padre e sua figlia furono uccisi dalla polizia sudafricana perché “coloured”, Masslo decise di seguire le altre migliaia di migranti in Italia e andare a lavorare nei campi agricoli. Di inverno dormiva a Roma, nella struttura di accoglienza della Tenda di Abramo, d’estate in uno dei tanti casolari abbandonati che spiccavano nelle campagne del Sud.

La «caccia al nero»

La seconda estate che Masslo tornò a Villa Literno per la raccolta dei pomodori, percepì che tra i braccianti il clima era diverso rispetto all’anno precedente: i testimoni dell’epoca raccontano che la consapevolezza di essere sfruttati si era radicata in quasi tutti. E iniziarono le riunioni serali, le richieste di aiuto ai sindacati. Contestualmente, tra i cittadini del piccolo comune casertano si instillò un odio nei confronti di quei lavoratori stranieri: furono segnalati veri e propri squadroni di locali che organizzavano ronde per malmenare i migranti, spaventandoli e costringendoli a stare lontani dal centro cittadino.

«È aperta la caccia permanente al nero. Data la ferocia di tali bestie […] e poiché scorrazzano per il territorio in branchi, si consiglia di operare battute di caccia in gruppi di almeno tre uomini». Era il testo di uno dei volantini che circolavano tra i liternesi. La situazione, nella totale assenza dello Stato, divenne esplosiva e uno degli effetti fu proprio la morte del bracciante sudafricano. La sera del 24 agosto, dopo la giornata di lavoro, Masslo si era ritirato nel capannone di via Gallinelle, dove risiedeva insieme ad altri 28 migranti.

Contemporaneamente, nella piazza di Villa Literno, si incontrarono quattro giovani pluripregiudicati. Il loro piano era rapinare qualcuno dei 6mila braccianti che lavorava nelle campagne dei dintorni: era la fine della stagione di raccolta e i migranti tenevano nascosti sotto i materassi i soldi di un’intera stagione di lavoro. Calò il sole. I quattro malviventi entrarono a volto coperto e armati nel capannone dove dormiva Masslo. Alcuni dei suoi compagni consegnarono il denaro, altri si opposero dando inizio a una colluttazione. Tre colpi di pistola trapassarono il petto di Masslo che crollò sul suo lettino. Prima di fuggire, i quattro criminali gambizzarono gli altri migranti rimasti in piedi.

I funerali di Stato

Il 28 agosto 1989 si celebrarono i funerali di Stato per Masslo. Lui fu solo una vittima, ma cause e colpevoli della sua morte furono molteplici: la criminalità organizzata, la xenofobia e la lentezza della legislazione italiana in materia di tutela di migranti e lavoratori agricoli. Lui, quando atterrò a Fiumicino, non era consapevole di tutto ciò. Stava semplicemente aspettando un visto per il Canada, per ricongiungersi con sua moglie e gli altri figli, sfuggiti all’apartheid. Un visto che non arriverà mai.

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