Quando il fisco tende la mano per il ritorno dei giovani “cervelli” italiani

Le agevolazioni fiscali per il rientro in Italia dei giovani lavoratori fuori sede stanno funzionando. Ecco perché andrebbero estese anche alle aziende

Quante tasse pago se torno in Italia? È una della domande per cui molti dei nostri concittadini, soprattutto i più giovani che per motivi di lavoro si sono spostati all’estero, cercano risposta quando decidono di rientrare nel nostro Paese. La platea di queste persone è tutt’altro che insignificante. I dati che emergono dalla relazione annuale di Banca d’Italia pubblicata nel 2019 certificano come tra il 2007 e il 2018 il numero di italiani emigrati all’estero è continuamente salito.

Nel solo 2018 il fenomeno ha coinvolto circa 120.000 persone e, considerando anche chi è già rientrato dall’estero, il saldo migratorio netto di cittadini italiani negli ultimi dieci anni è negativo per circa 492.000 unità. Numeri allarmanti, perché ad ogni persona che parte si associa un pezzo di economia (e non solo) che va via di pari passo.

Del nostro Paese si sente spesso dire, talvolta in maniera superficiale, che è uno tra quelli con la pressione fiscale più elevata. Una frase vera, se si volge lo sguardo alla tassazione per le imprese e al costo del lavoro, meno se si fa riferimento alla tassazione delle persone fisiche in linea con i principali Paesi Europei. In termini dogmatici si parla anche della necessità di una «riforma fiscale», locuzione che oramai assurge più ad una categoria della spirito che a proposte degne di qualche rilevanza concreta.  

In questo contesto una risposta pratica – si potrà poi discutere se è sufficiente oppure no – all’emorragia di persone che lasciano ogni anno l’Italia è giunta dal pacchetto di misure sull’attrazione del «capitale umano». Si tratta di norme rimaneggiate dagli ultimi Governi sulla scia del lavoro di diversi esecutivi che si sono susseguiti a partire dal 2010 (a dimostrazione che si tratta di misure «bipartisan»).

Oggi ci sono agevolazioni per tutti coloro che decidono di venire a vivere in Italia per la prima volta o di farci ritorno e gli incentivi possono essere scelti in funzione dei livelli reddituali, dell’età e dell’attività svolta. Lavoratori, pensionati, titolari di grandi patrimoni e sportivi, a ognuno il fisco offre una chance per un progetto in Italia.

Soffermiamoci sui giovani. Anche se non ci sono limiti di età, ad essi è principalmente rivolto il regime dei cosiddetti lavoratori «impatriati» che, più in generale, si applica a chi è ancora in età lavorativa.

I lavoratori impatriati

In cosa consiste. Chi non è stato residente in Italia negli ultimi due anni e si trasferisce impegnandosi a risiedere e lavorare nel nostro Paese per almeno due anni può pagare le imposte solo sul 30% (10% se ci si trasferisce al Sud) del proprio reddito di lavoro dipendente o autonomo, con una tassazione effettiva non superiore al 13% se si considera lo scaglione massimo ai fini IRPEF.

I benefici, che spettano anche a chi avvia un’attività di impresa in forma individuale, hanno una durata ordinaria di cinque anni e possono estendersi per ulteriori cinque anni, con detassazione al 50% in questo arco temporale aggiuntivo, in caso di lavoratori con almeno un figlio o proprietari di immobili residenziali in Italia. Ai lavoratori con 3 figli spetta una detassazione del 90%.

Tra le misure più rilevanti volte ad attrarre, mediante la leva fiscale, risorse umane altamente qualificate vanno poi menzionati gli incentivi per il rientro in Italia di docenti e ricercatori residenti all’estero, che consentono di escludere da tassazione il 90% del reddito di lavoro dipendente o autonomo prodotto in Italia per sei anni, con possibile estensione sino a tredici anni in presenza di tre figli.

Si tratta di misure che stanno riscuotendo successo e la dimostrazione è data  dal numero sempre crescente di richieste di assistenza professionale e dalle domande di chiarimenti rivolte all’Agenzia delle Entrate. Del resto, gli incentivi, oltre a favorire i lavoratori, rappresentano una importante occasione per il mondo delle imprese. Le persone che si trasferiscono portano, infatti, con sé un bagaglio di conoscenze e competenze di cui molte aziende italiane potrebbero essere alla ricerca.  

Ora la scommessa altrettanto importante è progettare, nel rispetto dei parametri europei, misure ad hoc che incentivino anche le aziende che dovessero trasferire (o ritrasferire) nel nostro Paese insediamenti produttivi o centri di ricerca assumendo personale che già risiede in Italia. Ciò significherebbe dare una spinta tangibile alla crescita e alla competitività superando la mera retorica.

Immagine copertina di Austin Distel su Unsplash

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