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Occupazione in crescita? È l’effetto del divieto di licenziamento e della cassa integrazione – Il commento

02 Settembre 2020 - 07:33 Giampiero Falasca
Un ragazzo davanti a una agenzia interinale, in una foto del 31 maggio 2010 a Pisa. Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) ad aprile e' salito al 29,5% con un aumento di 1,4 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 4,5 punti percentuali rispetto ad aprile 2009. Lo comunica l'Istat nella stima mensile provvisoria, sottolineando che si tratta del dato piu' elevato da quando esistono le serie storiche mensili,ovvero dal 2004. DBA/ FRANCO SILVI
Crescono gli occupati dopo 4 mesi di calo, ma i numeri non raccontato la vera situazione del mercato del lavoro
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I numeri pubblicati dall’Istat attestano un fenomeno che, in apparenza, dovrebbe indurre a un cauto ottimismo: dopo 4 mesi di calo occupazionale, per la prima volta, a luglio scorso, c’è stata una crescita degli occupati. È una crescita contenuta (85mila occupati in più rispetto al trimestre precedente, quando il calo era stato di 286mila unità) ma comunque la comparsa di un valore positivo è stata salutata da più parti come il segnale di un’inversione di tendenza. Festeggiamenti sono eccessivi e inappropriati per diversi motivi.

I giovani sempre più penalizzati

I numeri attestano comunque una differenza molto rilevante con lo stesso mese del 2019 (oltre mezzo milione di occupati in meno), e sopratutto gli stessi indicatori confermano che il prezzo principale della crisi è stato pagato dai giovani. La fascia d’età maggiormente colpita è quella compresa tra i 15 e i 34 anni. Questo dato non è casuale: vista la blindatura del mercato (ne parliamo fra poco) generata dal divieto di licenziamenti, l’unica leva che hanno avuto le imprese è stata quella di ridurre l’utilizzo dei lavori flessibili, di solito utilizzati dalla manodopera più giovane.

L’effetto della normativa emergenziale sull’occupazione

Sono festeggiamenti inappropriati, inoltre, perché i numeri si collocano in un quadro normativo che non è mai esistito nell’ordinamento repubblicano e, probabilmente, non si ripeterà mai più appena sarà superata l’emergenza sanitaria. Nel quadro normativo che si è creato è vietato licenziare lavoratori in esubero – con una sospensione della libertà d’impresa giustificata dalla situazione di emergenza – e contemporaneamente viene garantito a tutti i lavoratori, senza eccezione alcuna, l’accesso alla cassa integrazione (nelle varie e tortuose forme previste dal nostro sistema).

Con queste misure tutta la forza lavoro titolare di un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato è stata “congelata”, a prescindere dall’eventuale sussistenza di una crisi dell’azienda. Le crisi di impresa, per la prima volta nella storia repubblicana, sono state nascoste per legge, e il relativo costo è stato scaricato sulle casse pubbliche.

In tale contesto, non ha alcun senso confrontare i numeri e le variazioni dell’occupazione rispetto ai periodi antecedenti al 23 febbraio scorso (quando è  entrato in vigore il binomio sussidi/divieti), essendo il mercato del lavoro completamente diverso da quello allora esistente.

Qualsiasi residuo entusiasmo dovrebbe spegnersi di fronte a un’altra considerazione: nel mese di luglio è entrata in vigore la norma (poi abrogata dal Decreto Agosto) che ha sancito la proroga d’ufficio dei rapporti a termine, disposizione che ha sicuramente contribuito a incrementare artificiosamente l’occupazione.

Il pericolo della fase post-emergenziale

In conclusione: nessuno è autorizzato a festeggiare per statistiche che si basano su un mercato del lavoro congelato. Piuttosto, la politica e i sindacati devono chiedersi come gestire la fase di scongelamento del mercato, evitando che si verifichi una slavina appena finisce il divieto di licenziamento.

E soprattutto dovrebbe interrogarsi su come ridare spazi e speranze alle centinaia di migliaia di precari che hanno assistito dall’esterno alla blindatura del mercato del lavoro, pagando con la loro esclusione il prezzo di questa super tutela riconosciuta a chi già aveva una posizione molto più forte.

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