Libia, nelle trattative di pace le donne sono state messe in un angolo. E adesso reclamano un posto nel governo

Lunedì scorso è iniziato il Forum di Dialogo politico a Tunisi, ma tra i delegati meno di un terzo sono donne. Nel nuovo governo vogliono essere molte di più

Nelle trattative di pace che seguono la guerra tra due uomini, il generale della Cirenaica, Khalifa Haftar e Fayez al-Sarraj, le donne libiche si rifiutano di essere marginali. Durante il Forum per il Dialogo politico le donne presenti hanno fatto una richiesta precisa: nel nuovo governo, che avrà il compito di traghettare il Paese verso nuove elezioni nel dicembre dell’anno prossimo, almeno il 30% dei ministri e uno dei due vicepremier dovrà essere donna. In altre parole, le donne vogliono avere un ruolo da protagoniste nella costruzione del nuovo stato libico.


Al momento la richiesta è rimasta nell’aria. Il lavori del Forum per il Dialogo politico si sono fermati senza che venisse proclamato un governo di unità nazionale. «Abbiamo concordato di riconvocarci tra circa una settimana in sessione virtuale per decidere sui meccanismi di selezione per la prossima autorità», ha detto l’inviata ad interim delle Nazioni Unite per la Libia Stephanie Williams.

Il caso di Hanan al-Barassi e Siham Sergewa

Attualmente le donne che partecipano al Forum di Tunisi sono poco più di una dozzina su un totale di 75 delegati. Un numero che non è all’altezza del ruolo che hanno avuto come attiviste in Libia durante gli anni della Guerra civile. Anni macchiate da violenze anche nei loro confronti e dallo spirito punitivo con cui le donne sono state bersagliate per aver trasgredito, tramite il loro impegno politico, ai ruoli di genere “tradizionali”. Una trasgressione che hanno pagato cara.

Un nome per tutte: Hanan al-Barassi, avvocatessa per i diritti umani, uccisa a colpi di pistola in mezzo alla strada a Bengasi in Libia dopo aver pubblicato su Facebook un post in cui annunciava che avrebbe diffuso un video per smascherare la corruzione di Saddam Haftar, figlio del leader del cosiddetto Esercito nazionale libico (Laaf). Il suo caso non è un’eccezione. Circa 16 mesi fa, sempre a Bengasi, è scomparsa un’altra donna, Siham Sergewa, attivista per i diritti civili e parlamentare. Sergewa è stata rapita da uomini armati nel cuore della notte dalla sua casa dopo che aveva criticato apertamente la guerra di Haftar a Tripoli.

Anche se in Libia ci sono deputate e anche qualche ministro donna, il governo di Tripoli, riconosciuto dalla comunità internazionale e guidato da al-Sarraj, è composto esclusivamente da uomini. Lo stesso vale per l’amministrazione della Cirenaica e per molte delle milizie e delle brigate che da oltre sei anni a questa parte fanno il bello e cattivo tempo nel Paese. Nelle ultime settimane diversi funzionari internazionali, tra cui anche l’Ambasciatore dell’Unione europea in Libia, hanno caldeggiato una maggiore partecipazione delle donne al processo di pace, lamentando la loro esclusione dall’arena politica.

Lo stesso vale anche per le nuove generazioni. Nel loro appello le delegate al Forum di Tunisi hanno inserito anche un riferimento alla rappresentanza dei giovani che «dovranno rappresentare non meno del 20% della leadership del governo di unità nazionale». Ma, per il momento almeno, sembra esserci poco spazio per entrambi.

Foto di copertina: EPA/MOHAMED MESSARA | Forum di Tunisi, Tunisia, 09 novembre 2020

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