Altro che crisi di governo, il Recovery plan è il banco di prova per l’Italia in Europa

di Federico Bosco

Per i falchi del rigore, un risultato deludente sarebbe la conferma che investire nella solidarietà europea è inutile

Il governo ha sottoposto ai partiti della maggioranza la nuova versione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), Il piano è è costituito da 6 missioni principali, che a loro volta raggruppano 16 componenti in cui si concentrano 47 linee di intervento per progetti omogenei e riforme coerenti con stanziamenti complessivi per 222 miliardi di euro. 


Gli investimenti sono stati selezionati al fine di concentrare gli interventi su quelli con maggiore impatto sull’economia e sul lavoro, tenendo conto della sostenibilità della finanza pubblica. Sulle nuove generazioni infatti non deve gravare l’onere di un eccessivo indebitamento, visto che anche immaginando una prevedibile sospensione prolungata del Patto di stabilità o la sua revisione, l’eccessivo rapporto debito/Pil dell’Italia resta un problema da risolvere.

Il documento definisce l’ammontare delle risorse destinate a ogni voce di spesa, delineando così i confini delle future trattative con le numerose parti in causa. Le proposte elencate infatti sono solo la base di partenza per la discussione, il confronto e la trattativa che coinvolgerà parlamento, istituzioni regionali e locali, forze economiche e sociali (concetto ampio), Terzo Settore e reti di cittadinanza (concetto ancora più ampio). 

Lo stallo nella maggioranza

Secondo fonti di Palazzo Chigi, la bozza sarà analizzata stasera nell’incontro nella riunione del premier Giuseppe Conte con i capi delegazione di maggioranza. Il Consiglio dei ministri (Cdm) potrebbe essere convocato già per questo fine settimana. L’approvazione del Pnrr è solo l’inizio di un percorso che a febbraio porterà la prima versione del Recovery Plan alla Commissione europea, dando il via alla discussione e revisione che entro giugno siglerà il programma definitivo. Di certo, dal compromesso sul Recovery Plan dipende il destino della maggioranza di governo.

Un semestre decisivo per il futuro dell’Italia, e dell’Europa

Al di là di queste dinamiche, nei prossimi anni il problema più grande per l’Italia sarà far funzionare il piano di ripresa come catalizzatore per le riforme strutturali. Anche escludendo le conflittualità della politica, le premesse non sono buone. Il sistema Italia nel suo complesso è disfunzionale, e questo non è un problema che i governi di ieri e di oggi hanno avuto il coraggio di affrontare.

La crisi dei debiti sovrani è passata, ed è improbabile che si riproponga allo stesso modo, ma l’Italia resta un Paese profondamente in crisi di prospettiva nel cuore dell’Eurozona ed è dal modo in cui saprà amministrare le risorse del Recovery Fund che dipende il futuro della solidarietà all’interno dell’area euro e dell’Ue: è per questo che il nodo della governance è così importante. 

Gentiloni: «Per accelerare sui fondi europei l’Italia deve introdurre procedure straordinarie»

In passato l’Italia ha dimostrato una scarsa capacità di assorbimento dei fondi strutturali europei, una performance negativa condivisa con la Spagna, l’altro paese dell’Eurozona meridionale a ricevere una quota importante delle risorse stanziate con il Recovery Fund. In un’intervista a la Repubblica del 29 dicembre, il Commissario agli affari economici Paolo Gentiloni lo ha detto chiaramente.

«Per accelerare sui fondi europei l’Italia deve introdurre procedure straordinarie», perché «se gli obiettivi fissati non vengono raggiunti nei tempi stretti previsti nel piano, le erogazioni semestrali successive all’approvazione semestrale saranno a rischio», e poi ha aggiunto: «Questa per l’Italia è una sfida molto difficile». Gentiloni però ha anche sottolineato che «solo il Parlamento può creare queste procedure straordinarie, servono leggi, nessuna autorità politica o tecnica può fare miracoli se non si sbloccano i colli di bottiglia sul piano normativo». 

Tradotto, se l’Italia non riuscirà a tenere fede al programma che presentato in Europa, i fondi potrebbero smettere di arrivare e la cifra di 222 miliardi promessa nel Pnrr resterebbe solo nelle tabelle dei documenti. Non bisogna adagiarsi sull’idea che tutti gli Stati membri dell’Ue desiderino che il Next Generation EU abbia successo, per i falchi del rigore un risultato deludente sarebbe la conferma (desiderata e da esibire) che investire nella solidarietà europea è inutile, e le prospettive solidali dell’Unione cambierebbero drasticamente. La maggior parte di questa responsabilità ricade proprio sull’Italia, e sui governi dei prossimi 4-5 anni.

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Federico Bosco