La shitstorm contro Cerbero Podcast: perché qualcuno vuole impedire alla Generazione Z di pensare?

Mettono in discussione alcune frange estreme del femminismo, in una intervista che parla d’altro, e scoppia la rabbia in Rete

Per una persona venuta al mondo negli anni ’80 non è facile decifrare il linguaggio dei cosiddetti «Post-Millennial», la Generazione Z, che definisce tutti i nati tra la fine degli anni ’90 e il 2010. Basta ascoltare qualche canzone del trapper Tha Supreme, per farsene un’idea. Cercare di mettersi in comunicazione con questa generazione significa quindi essere capaci di usare tutta una serie di simboli che non ci mettono molto a venire fraintesi. Ne sanno qualcosa Davide Marra, Simone Santoro, Mr Flame e David Rubino, del format Cerbero Podcast, trasmesso sulla piattaforma per streamer Twitch.


Cerbero sfida ogni convenzione, sottoponendo a critica irriverente temi delicati che non sono ignorati dalla Generazione Z, anzi, sono quelli che forse più di tutti i giovani devono affrontare quotidianamente, anche se magari non se ne rendono sempre conto: gender fluid; società liquida e fine delle ideologie; cancel culture; i nuovi movimenti femministi e anti-razzisti. Sono tutti temi che ci piombano addosso e fanno paura. Li temiamo così tanto che basta un termine mal gestito per far scatenare una shitstorm. Si finisce quindi impacchettati dentro una categoria deprecabile e condannati senza appello.

Il 12 gennaio appare su Domani una intervista di Marta De Vivo ai ragazzi del Cerbero. De Vivo è una diciannovenne, quindi riesce a parlare piuttosto bene alla sua generazione, di cui conosce le problematiche. Ha un profilo Instagram seguitissimo dove parla di attualità. Si trova a interrogare gli streamer diventati il simbolo della Generazione Z in Italia, in un giornale rivolto anche agli adulti. Cosa sarebbe potuto andare storto?

Ecco, il problema è che Davide, Simone, Mr Flame e David hanno preso durante le loro live diversi argomenti tabù, facendone carne di porco, esprimendo opinioni non sempre conformi alle formule che ci siamo abituati a recitare, per paura di venire tacciati di apostasia. 

Le piattaforme Social devono far fronte al dilagare di fake news e messaggi d’odio che dilagano nella Rete, affidando spesso il controllo a pochi admin. Questo significa che ogni tanto nel mucchio ci finisce anche chi non ha fatto niente di male. Basta una parola chiave, per quanto ben contestualizzata, per far scattare il ban, ovvero l’oscuramento del proprio canale.

Potrebbe essere un blocco temporaneo, ma a seconda del termine usato, si può anche perdere per sempre la possibilità di streamare. Questo per gli autori del Cerbero e altri colleghi significherebbe perdere la propria attività. Sì, perché Twitch permette a chi ha talento di monetizzare le proprie passioni, forse anche in maniera più conveniente rispetto a quanto succede su YouTube e Facebook.

Le «ragioni» di una shitstorm

Dovremmo immaginarci a questo punto una intervista, quella apparsa su Domani, che nemmeno Marilyn Manson al suo peggio negli anni ’90. Invece no. I ragazzi del Cerbero lamentano certamente il regime di ban su Twitch, ma lo fanno chiedendo «un regolamento per il web». Poco tempo prima erano stati i promotori di uno sciopero degli streamer, per sensibilizzare sui problemi legati alla loro professione. «È un lavoro, anche se in pochi lo capiscono», spiegano.

Secondo loro il ban a Donald Trump sulle principali piattaforme è pericoloso, perché «oggi lo fanno con Trump, domani lo possono fare con qualcun altro – continuano – Serve un regolamento preciso, detto e considerato che l’incitazione all’odio è sempre e comunque sbagliata».

Non sembrano in cerca di formule facili, né propongono l’anarchia. «Noi parliamo spesso di questi argomenti, la semplificazione ormai ha preso una deriva incredibile, pensiamo al femminismo tossico o ad altre estremizzazioni», aggiungono. Ed è la fine. Meno male che l’intervista si conclude con alcune osservazioni su quanto l’odio sia dannoso, anche quando si perseguono giuste cause.

Nulla di quanto spiegato dagli streamer ha più importanza. Una parola chiave è stata gettata in un quotidiano nazionale online: femminismo, associato al termine tossico. Scatta poco dopo una shitstorm con pesanti insulti contro De Vivo e i ragazzi del Cerbero. Secondo alcuni si tratterebbe di estremisti di destra, bannati recentemente proprio per aver fatto apologia del fascismo. Peggio ancora, sono tutti misogini. Loro non dicono che il femminismo è tossico. Definiscono una frangia di fanatici che lo usano in maniera tossica. Ma ormai il vaso di Pandora è stato scoperchiato.

La «rettifica» del direttore di Domani

Non passa molto tempo che il direttore di Domani, Stefano Feltri, deve aggiornare l’intervista con una nota, dove si scusa coi lettori. La riportiamo integralmente:

«In questi giorni su Domani abbiamo avviato una discussione approfondita sullo strapotere delle piattaforme digitali e sulla discrezionalità che esercitano nel decidere cosa può o non può essere pubblicato. E continueremo ad approfondire questo tema. Tra gli articoli che abbiamo pubblicato sull’argomento c’è anche una intervista di una collaboratrice agli autori di un programma su Twitch, Cerbero podcast, cui è capitato di essere oscurati per alcuni contenuti dei loro show».

«L’intervista riporta però alcune loro idee con espressioni che non devono avere cittadinanza sul nostro giornale, come la locuzione “femminismo tossico” o un certo relativismo sulla gravità degli attacchi al Congresso americano oppure la rivendicazione di fare un po’ di simpatico bodyshaming, per ridere un po’. Noi siamo per la libertà di espressione di tutti, anche di chi dice cose che non ci piacciono, ma non per l’equidistanza. I toni e i contenuti espressi dagli intervistati non ci piacciono per niente. È mancato un sufficiente controllo di editing preventivo del pezzo, senza dubbio, dovuto alla nostra scarsa familiarità con Twitch e con lo show in questione. Di questo ci scusiamo con i lettori».

«Approfondiremo la questione, sia quella dello strapotere delle piattaforme, sia sui contenuti dello show e sulla denuncia che gli autori fanno di essere stati ingiustamente oscurati. Ma i nostri valori, le nostre priorità e anche i nostri toni restano molto diversi da quelli che ho sentito usare da Cerbero podcast, anche a proposito della discussione innescata dal nostro articolo».

Sembrerebbe che il Direttore abbia letto (o ri-letto) l’intervista non più con gli occhi di De Vivo, ma con quelli di parte del popolo del web, a cui sono bastati alcuni termini tabù, per giudicare e condannare quelle che a onor del vero, ci sembrano dei pacati inviti a non semplificare tutto e approfondire certe tematiche, le quali per quanto scottanti, non si risolveranno da sole, perché noi preferiamo ignorarle, specialmente se entrano anche nei discorsi dei ragazzi. 

I primi a lanciare l’anatema sarebbero, secondo Dagospia, Attilio Palmieri ed Eugenia Fattori. In generale i critici lamenterebbero la mancanza di fact checking da parte della giovane giornalista e di un contraddittorio. Forse non è questo il caso, ma spesso tali argomenti vengono usati più per denigrare il giornalista, reo di aver dato voce a certe narrazioni – o personaggi sgraditi – che allo scopo di difendere la corretta informazione.

Facciamo il «fact checking» al Cerbero

Prendiamo per buona solo per un momento l’ipotesi che De Vivo non avesse fatto le debite verifiche, prima di intervistare degli streamer bannati in precedenza per aver fatto cose scabrose o inneggiato all’odio. Salvo poi lamentarsene, sostenendo di aver subito degli oscuramenti ingiusti. È questo il caso?

Si è chiesto del fact checking e lo abbiamo fatto, analizzando le fonti che incriminerebbero i diretti interessati. I ban della discordia sono gli ultimi due, uno per contenuti pornografici e l’altro (di diversi mesi fa) per istigazione all’odio. Rammentiamo quanto avevamo visto a proposito della facilità con cui può scattare un ban in una piattaforma come Twitch.

Il primo video (reperibile su YouTube) ha provocato l’oscuramento del canale perché a un certo punto, cercando su Wikipedia la parola «uomo» compare l’immagine di un pene. Parliamo di una enciclopedia online, non di PornHub.

Cerbero Podcast | Poco prima del minuto 1:04:36 compariva (il frame è stato tagliato su YouTube) l’immagine di un pene, tratto da Wikipedia per il termine «uomo».

Insomma, se Wikipedia avesse adottato gli stessi sistemi di controllo vigenti su Twitch, la pagina italiana di Wikipedia sulla definizione di «uomo» sarebbe stata oscurata dalla stessa piattaforma.

«Uomo» su Wikipedia | Secondo Twitch questa schermata è passibile di un ban.

Il secondo video (link di YouTube) venne buttato giù da Twitch perché – in un contesto in cui il fascismo non c’entra assolutamente niente – a un certo punto Marra scimmiotta un saluto romano.

Cerbero Podcast | Al minuto 30:00 Davide Marra scimmiotta il saluto romano.

Trascriviamo alcune battute, pronunciate dagli streamer poco prima dello sfortunato gesto:

Santoro: «Sai cos’hanno detto? Anche usare il gomito è pericoloso. Le nuove disposizioni sono […] A Gianlù, porco il demonio! Ce sta il Coronavirus, non ci possiamo dare la mano. Quindi la gente usava il gomito. Mo si è detto che nun se po nemmeno da er gomito».
Marra: «Quindi? Saluto romano!».
Santoro: «No! No! No!».

Sicuramente non è un discorso per famiglie, ma ci riesce difficile archiviare tutto questo sotto l’etichetta di apologia del fascismo o istigazione all’odio.

Sì, è brutto spiegare le battute, ma ci tocca farlo. Sembrerebbe che il tipico saluto fascista venga usato da Marra in modo del tutto dissacratorio, finendo per essere una forma alternativa e ridicola, al fine di conservare il distanziamento sociale. Una immagine grottesca, appunto, tipica del linguaggio satirico.

Ma non vorremmo nemmeno scomodare la Satira. A quanto pare, i ragazzi del Cerbero sarebbero rei di un delitto, che nel linguaggio dei «giovani» di ogni generazione può essere meglio definito dal termine «cazzeggio». Sono problemi loro se questo gli procurerà nuovi discutibili ban, ma cosa c’entra tutto questo con la pornografia e l’istigazione all’odio? Davvero De Vivo prima di fare la sua intervista avrebbe dovuto tenerne conto?

Il background di Marta De Vivo

La collega ha dimostrato già in precedenza di non essere estranea a tematiche importanti sui diritti civili. Suggeriamo, per approfondire, di leggere un suo servizio per Giornalettismo sul movimento Black Lives Matter, del novembre scorso. Sul Fatto Quotidiano scrive assieme a Paolo Di Falco un articolo sul problema delle fake news e i giovani. Pur non professandosi esperta in materia di femminismo, ha dato voce a diverse tematiche in difesa delle donne; dal divario rispetto agli uomini sul lavoro, nel blog di Leonardo Cecchi su l’Espresso, al fenomeno del revenge porn, ancora per il Fatto. Tutto questo a 19 anni.

Forse gli influencer più «navigati» che in questi giorni hanno sollevato una shitstorm nei suoi confronti, non hanno dimostrato lo stessa serietà nell’approfondimento nei confronti di De Vivo, che secondo loro sarebbe mancato nell’intervista ai ragazzi del Cerbero. Eppure abbiamo visto che con una semplice ricerca su Google, è possibile raccogliere diverse fonti, che testimoniano la sua lontananza da derive misogine o da vari estremismi politici.

Foto di copertina: da sinistra a destra: Mr Flame, Davide Marra e Simone Santoro di Cerbero Podcast.

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