Furti nei reparti Covid, una testimone: «Mio padre derubato del cellulare prima di morire. Era l’unica cosa che mi rimaneva di lui»

La denuncia della figlia Ivana Distefano a Open. «Tra gli effetti personali lasciati nella cassaforte dell’ospedale c’era solo la fede, non il cellulare. Com’è possibile?»

Suo padre si chiamava Pietro Distefano e aveva 76 anni quando è deceduto per Covid all’ospedale Garibaldi nel centro di Catania. Era il 3 aprile e la prima ondata della pandemia metteva in ginocchio il nostro Paese. «Nessun ultimo saluto, nessun funerale, è stato straziante. E in più non ci hanno restituito nemmeno il suo cellulare, che non mollava mai. Dentro c’era la sua vita, era l’ultima cosa che ci rimaneva di lui. Le foto delle sue nipoti, persino i codici della banca. Quel cellulare, che valeva almeno 1.000 euro, non ce l’hanno più restituito. Gliel’hanno rubato nel reparto Covid, una vergogna». A parlare a Open è la figlia di Pietro, Ivana Distefano, che adesso è stata costretta a ricorrere anche a un supporto psicologico per provare a superare questo dolore. «Per me è come se mio padre fosse sparito così all’improvviso», ci dice.


Cosa è successo

Tutto è cominciato con una banale febbre, poi la «doccia fredda»: positivo al Covid. Il 27 marzo il ricovero in ospedale a Catania, il 29 in terapia intensiva. Pietro viene intubato e il 3 aprile muore. Aveva uno stent al cuore, il diabete e altre patologie «comunque sempre curate e seguite». La prima sera aveva detto ai suoi figli: «Sto meravigliosamente bene, spero mi dimettano presto. Anzi portatemi le scarpe che le avete portate via per errore». Queste le sue ultime parole, poi non ha più potuto usare il cellulare a causa del peggioramento improvviso delle condizioni di salute.

La moglie, anche lei di 76 anni, non è stata informata subito della morte: «Era da sola in casa, nel pieno del lockdown, volevamo evitare di dirglielo per telefono. Così abbiamo aspettato e lei, per 20 giorni, non ha saputo nulla. Solo dopo la morte di mio padre, è stata sottoposta a un tampone e ovviamente è risultata positiva». Intanto i figli erano alle prese con la gestione degli effetti personali, «lasciati nella cassaforte dell’ospedale»: «C’era solo la fede – almeno quella l’hanno lasciata – non il cellulare. Quello smartphone, che per lui era super tecnologico nonostante l’età, significava tutto. Aveva persino l’applicazione per geolocalizzare l’auto».

Cosa ha risposto l’ospedale

L’ospedale, dopo alcune sollecitazioni dei familiari e stando al racconto della figlia, avrebbe prima sostenuto di non saperne nulla, poi in via ufficiale ha fatto sapere che gli effetti personali del padre, «non essendo sanificabili», erano stati «eliminati secondo le procedure di smaltimento dei rifiuti ad alto rischio infettivo». «Ma non abbiamo alcun verbale di distruzione – replica la figlia Ivana Distefano – Per questo abbiamo presentato denuncia per furto. Non è possibile che venga rubato un cellulare a chi sta per morire».

La denuncia arriva anche dall’avvocato Carmelo Sardella dell’ufficio legale del Codacons Sicilia, secondo cui i reparti Covid «non possono diventare il regno di nessuno. Non possiamo tollerare che ai pazienti Covid sia inflitta l’ulteriore sofferenza di vedersi derubati in una struttura che dovrebbe tutelarli». Per questo ha chiesto alle aziende ospedaliere di adottare «tutte le precauzioni possibili al fine di arginare il vergognoso fenomeno dello sciacallaggio sui pazienti Covid», alla luce di alcune «segnalazioni di furti registrati nei reparti Covid degli ospedali di Catania e Palermo».

E non è la prima volta che accade. Diversi i casi registrati in Italia: a Frattamaggiore (Napoli), al San Camillo di Roma e anche all’ospedale Moscati di Taranto.

Foto di OPEN

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