Un passaporto ai vaccinati per salvare il turismo. L’ipotesi spacca l’Ue: dai dati ai diritti, ecco i nodi da risolvere

Mentre alcuni Stati premono per approvarlo, la Commissione e l’Oms prendono tempo: è in gioco il rispetto della privacy e dei diritti dei cittadini

Tra gli innumerevoli vantaggi portati dal vaccino anti Covid, ce n’è uno che interessa particolarmente le economie del Sud dell’Europa: la ripartenza della stagione turistica. Nei giorni in cui gli Stati membri fanno i conti con i ritardi di Pfizer – uno dei due sieri approvati dall’Ema – e ora di AstraZeneca tra i banchi dell’Ue è iniziata a girare l’ipotesi di un “passaporto digitale vaccinale”. Si tratterebbe di un passepartout tecnologico che consentirebbe alle persone vaccinate di aggirare i divieti e godersi le proprie vacanze. Contribuendo, al contempo, a risollevare il mercato turistico.


L’ipotesi fa gola a molti, soprattutto ai Paesi più colpiti dalla chiusura degli aeroporti ai viaggi di piacere. Grecia, Malta e Portogallo, spaventati dalle gigantesche perdite subite nel 2020, stanno facendo pressione affinché l’Europa ne valuti la possibilità. Ma anche la Danimarca, l’Estonia, l’Islanda e la Spagna sembrano concordare sul fatto che sia una buona idea. La Francia, invece, si oppone fermamente: è troppo presto, dicono da Parigi, per pensare a una strategia di questo tipo. D’altronde le persone vaccinate sono ancora troppo poche rispetto al totale della popolazione, il che renderebbe il “permesso speciale” un privilegio per pochi.

Le istituzioni europee, dal canto loro, non sembrano rifiutare in toto la prospettiva. Per Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, si tratta di un’opzione percorribile, ma a patto di procedere con un protocollo comune e strutturato. Nel vertice del 21 gennaio, ha ribadito come non si possa ignorare il fatto che la condivisione informatica dei dati sanitari a livello internazionale costituisca un nodo importante, nonché uno spartiacque potenzialmente ingombrante tra il pre e il post pandemia.

Anche il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis ha chiesto nella sua lettera alla Commissione che venga discussa il prima possibile una policy comune. La soluzione, dunque, va trovata al più presto. Intanto alcuni Stati, come la Polonia, si stanno attrezzando per permettere ai viaggiatori con certificato di entrare nel territorio senza restrizioni. Ma «una semplice documentazione di tipo medico è ben diversa da un passaporto medico digitale – ha sottolineato von der Leyen – che comporta risvolti politici e tutta una serie di problematiche legate al rispetto dei diritti e dei dati sensibili».

Il sistema di condivisione e la sicurezza dei dati

Lo scenario che ci si prospetta davanti potrebbe sembrare futuristico, ma è tutto fuorché remoto: i passeggeri agli aeroporti avvicinerebbero il telefono a uno scanner e sul monitor comparirebbe un codice che ne certifica l’avvenuta vaccinazione. L’organizzazione americana The Common Project, che si occupa di realizzare piattaforme digitali per «migliorare la qualità della vita», ha già realizzato un sistema – ancora in trial – per aeroporti, che potrebbe essere utile allo scopo. Si chiama CommonTrust Network e, come assicura il suo Ceo, permetterebbe alle persone di certificare il loro status di salute relativo al Covid tenendo al sicuro la loro privacy. Ma non ci sono solo loro: anche le grandi società, come Microsoft e Oracle, sono a lavoro.

Ebbene sì, la privacy. Perché non è certo una novità che le persone portino con sé un certificato di vaccinazione, su cui sono scritte informazioni già in possesso degli Stati dei quali sono cittadine. Ma nel caso della condivisione internazionale dei dati, chi è che si occuperebbe di raccoglierli e tutelarli? Nonostante le rassicurazioni di chi lavora alle piattaforme, per ora non è chiaro. C’è bisogno che l’Ue consideri attentamente le condizioni di raccolta, archiviazione e utilizzo dei dati da parte dei fornitori dei servizi. Non a caso, l’Oms – che frena sul passaporto – ha chiesto che come prima cosa venga designato un ente internazionale indipendente, che faccia da garante e impedisca l’uso arbitrario delle informazioni.

Eppure, nonostante il nodo della riservatezza sia centrale – freschi come siamo dello scandalo Cambridge Analytica e della continua e illecita appropriazione di dati da parte di Big Tech e non solo – ci sono altri aspetti che andrebbero analizzati prima di prendere una decisione a cuor leggero. Perché sì, la salute pubblica sarà anche più importante della privacy individuale, ma c’è davvero in gioco solo questo? E soprattutto, è davvero la strategia migliore dal punto di vista sanitario?

La privacy è solo un pezzo della faccenda

La risposta vien da sé: non proprio. Quello del passaporto per il vaccino anti-Covid non solo potrebbe essere un privilegio per pochi – come sostiene la Francia – ma rischia anche di essere il primo passo verso la possibile violazione sistematica di diversi diritti. A mettere a fuoco i rischi generati da un passaporto sanitario digitale è uno studio recentemente pubblicato nel Regno Unito dalla University of Exeter Law School, finanziato dall’Economic & Social Research Council nell’ambito del progetto «Research & Innovation’s rapid response to Covid-19».

La sua autrice, la dottoressa Ana Beduschi, ha messo in evidenza come un’identità sanitaria, benché utile ora nella gestione della pandemia da Covid, potrebbe sollevare interrogativi sulla «protezione dei diritti umani». Costruire e condividere informazioni sensibili sulla propria salute, potrebbe essere il primo passo per nuove distinzioni basate sullo stato fisico e medico delle persone, che potrebbero facilmente trasformarsi in discriminazioni.

Dallo studio di Ana Beduschi

E non serve guardare a un futuro troppo lontano e distopico. Come nota la dottoressa Beduschi, un rischio del genere si paleserebbe sin da subito: se non si garantisce in tutti i Paesi colpiti dalla pandemia un equo accesso ai vaccini e ai test, l’utilizzo di passaporti sanitari digitali potrebbe marcare ulteriormente le disparità già esistenti nella società.

Dallo studio di Ana Beduschi

Last but not least: i rischi per la salute pubblica

Un altro motivo per cui l’Oms appare scettica sul passaporto è di natura prettamente sanitaria. In questi mesi di lotta al Coronavirus, però, una cosa l’abbiamo capita: anche con l’arrivo del vaccino, non abbiamo risolto tutte le incognite sulla trasmissione del virus. Sebbene sia vero che chi viene sottoposto alla profilasse ha buone probabilità di non ammalarsi (percentuale che varia da siero a siero), non è ancora chiaro quanto riesca a fermare la diffusione del virus. Certo, i viaggiatori non si ammaleranno ed eviteranno di pesare sul sistema sanitario nazionale del Paese ospite, ma, come sottolinea il Financial Times, non si può contare ciecamente sul fatto che i vaccini riducano la trasmissione.

Due domande

Altre domande si fanno largo sulla via del passaporto sanitario – tanto più se lo si renderà obbligatorio. Visto che non è chiara la durata dell’immunizzazione, perché non fornire lo stesso lasciapassare anche a chi ha già contratto la malattia (e che per il momento non potrebbe nemmeno essere sottoposto a profilassi)? E in più: chi non può (o non vuole) vaccinarsi, che garanzie avrebbe per la libertà di movimento? La strada verso il passaporto, dunque, è ancora lunga e si prospetta non priva di ostacoli. L’opzione migliore, per ora, sembra essere ancora quella del test ai passeggeri sia alla partenza che all’arrivo.

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