Ansia, sbalzi d’umore e altri disturbi psicosomatici: il bilancio di 10 mesi di smart working ai tempi del Coronavirus – Lo studio

L’indagine analizza i rischi connessi all’applicazione intensiva del remote working, sempre meno smart e sempre più home-working. Un modello che rischia di diventare anche un pericolo per la salute

Non è vero che con lo smart working si lavora meno e che, con le comodità di casa, si lavora meglio. Bello sì ma fin quando il lavoro online non “intacca” la vita privata. L’online fatigue – viene definita così – esiste eccome e adesso a metterla nero su bianco è un’indagine condotta da un gruppo di ricercatori del dipartimento di Psicologia e Scienze Statistiche dell’Università Cattolica di Milano. C’è l’assenza di tempo libero, persino per fare una chiacchierata al telefono o per fare attività sportiva, c’è la scarsa qualità della vita, l’estensione illimitata dell’orario di lavoro quotidiano oltre a una profonda sensazione che non esista più distinzione tra vita privata e vita lavorativa. Tutto questo, dunque, rischia di scatenare sintomi psicosomatici che non fanno di certo bene ai lavoratori ai tempi del Covid. Dai disturbi alla vista alle tensioni muscolari, dagli sbalzi d’umore all’irritabilità improvvisa, dalla difficoltà a prendere sonno alla difficoltà di concentrazione.


«Non c’è più orario, non ci sono più festivi»

L’indagine è stata condotta tra i docenti universitari italiani dopo 9 mesi di lavoro prevalentemente in remoto. Qual è stato l’impatto sulla loro vita privata? «Devastante», diversamente da quello che si può pensare. Due intervistati su tre hanno ammesso una «profonda invasione nella loro vita privata delle tecnologie, dal pc agli smartphone, con tanto di videochiamate di lavoro continue e con un utilizzo di dispositivi elettronici superiore alle 6 ore al giorno». Tra l’altro, si legge nello studio, «non c’è più differenza tra un normale lunedì e il fine settimana, tra un martedì e la domenica. Non c’è più orario, non ci sono più festivi».

«Non c’è più vita privata»

Una persona su due, inoltre, sostiene di trascorrere più di 4 ore al giorno su piattaforme di comunicazione come Zoom, Skype o Teams dove si tengono le riunioni coi colleghi (e non solo). Quello che preoccupa di più è l’interferenza tra vita privata e lavorativa e, nonostante questo, l’84 per cento continua a dirsi orgoglioso del proprio lavoro. Secondo Andrea Bonanomi, responsabile della ricerca, è« necessario che le istituzioni si facciano carico di iniziative volte a promuovere una corretta igiene del lavoro, sensibilizzando in merito ai rischi connessi all’applicazione intensiva del remote working, sempre meno smart e sempre più home-working, e identificando le opportune misure di prevenzione e trattamento della online “fatigue”». Insomma, bisogna regolare un nuovo modo di lavorare prima che sia troppo tardi (e forse gli unici a cui va meglio sono quelli che hanno optato per il south working).

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