«Altro che smart working, il futuro è lavorare al Nord vivendo sulle isole»: la storia di Elena – L’intervista

Ha 27 anni, un contratto con l’università del Lussemburgo e una nuova “sede” di lavoro, la sua Sicilia. «Mi sento più motivata e concentrata, rendo meglio al lavoro. Perché noi giovani non possiamo rimanere qui lavorando con aziende all’estero o al Nord Italia?» si chiede. Da qui nasce l’idea del “south working”

«Ho deciso di restare in Sicilia, non tornerò più né a Milano né in Lussemburgo, anche se entrambe mi hanno dato tanto. Si può lavorare bene anche da qui, dalla mia terra, non è necessaria la presenza in ufficio e poi, stando vicino ai miei affetti, mi sento più motivata, più concentrata e quindi rendo meglio. Insomma, dallo smart working al south working». A parlare a Open è Elena Militello, siciliana, 27 anni, ricercatrice, che raggiungiamo in videochiamata nella sua casa in campagna a Palermo. Immersa nel verde, con il sole, il mare sullo sfondo. È felice, soddisfatta.

elena militello
Open | In foto Elena Militello

Cos’è il “South working”

Lei è la fondatrice di “South Working – Lavorare dal Sud”, un progetto che si pone l’obiettivo di incentivare le aziende italiane ed estere a non costringere i propri dipendenti ad andare in ufficio. Si può lavorare benissimo anche a distanza, anche dal Sud, anche dalle isole. Elena, ad esempio, ha lasciato la sua Sicilia quando aveva appena 17 anni: è andata a studiare Giurisprudenza alla Bocconi di Milano, ha ultimato la pratica forense, si è aggiudicata il dottorato di ricerca tra Como, Stati Uniti e Lussemburgo e infine è stata chiamata in Lussemburgo per un contratto di ricerca in scadenza a fine mese. Il suo cuore, la sua mente, il suo futuro, però, sono sempre rimasti in Sicilia nonostante «manchino infrastrutture e investimenti».

«Non tornerò all’estero, rimango in Sicilia»

Open | L’amore di Elena per la sua terra, la Sicilia

Intanto, a causa del Coronavirus, è stata costretta a rientrare a casa: dal Lussemburgo a Palermo. In quel momento ha capito che non sarebbe più ripartita: «Non tornerò all’estero, ho deciso di restare qui. È un desiderio che covavo da anni, non ho visto crescere nemmeno il mio fratellino. Avevo bisogno del contatto dei miei familiari, dei miei amici. E così rendo ancora meglio sul lavoro. Non è vero, dunque, che cala la produttività, bastano un pc e una connessione a internet».

Cosa chiedono

Il progetto – a cui lavorano 10 persone, in gran parte aderenti all’associazione Global Shapers, legata al World Economic Forum – intende rafforzare gli spazi di coworking, così da evitare l’effetto “grotta. Inoltre viene chiesto alle aziende, laddove possibile, di permettere ai propri lavoratori di non spostarsi da una città all’altra senza motivo, privandoli dei loro affetti più cari. Magari per andarsi a rinchiudere in piccole stanze, di pochi metri quadrati, costosissime e a migliaia di chilometri di distanza dalla propria famiglia.

“South Working” – anticipa Elena Militello – sta già «redigendo una Carta dei valori, dei questionari da sottoporre ai lavoratori e un database di aziende “remote friendly”». Una sfida non facile: basti pensare alle recenti dichiarazioni del sindaco di Milano Beppe Sala secondo cui «è ora di tornare a lavoro, basta smart working».

Foto in copertina di Open

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