La rivelazione di un ex maggiore del Kgb: «Per 40 anni Donald Trump è stato un nostro uomo»

Nel libro «American Kompromat» scritto dal giornalista americano Craig Unger, l’ex agente Yuri Shvets ha svelato come negli anni ’80 Mosca avvicinò l’ex presidente americano: «Era molto incline alle lusinghe»

L’Unione sovietica, spie, guerra fredda. Il protagonista di quella sembra la trama di una spy story scritta da John Le Carré è Donald Trump. Il 45esimo presidente americano, secondo quanto rivelato al giornalista Craig Unger dall’ex maggiore russo Yuri Shvets, sarebbe stato per 40 anni «un uomo» del Kgb. Shvets, intervistato dal The Guardian, ha paragonato Trump ai «Cinque di Cambridge», ovvero le spie doppiogiochiste britanniche che durante la seconda guerra mondiale, e all’inizio della Guerra fredda, passarono informazioni segrete a Mosca.


Shvets è una delle principali fonti di American Kompromat, il libro di Unger che ripercorre i legami tra Donald Trump e l’Urss, e anche il suo rapporto con il finanziere Jeffrey Epstein. Shvets, mandato in America come corrispondente dell’agenzia di stampa Tass, ha poi ottenuto nel 1993 la cittadinanza statunitense e ora si occupa di sicurezza per grandi aziende.

Nel libro, Unger spiega che Trump era finito sotto i radar russi nel 1977 quando sposò la sua prima moglie, Ivana Zelnickova, una modella cecoslovacca. Qualche anno dopo il miliardario comprò circa 200 televisori per i suoi hotel da Semyon Kislin, un emigrato sovietico co-proprietario del negozio Joy-Lud, sulla Quinta strada di New York. Ma, secondo Shvets, Joy-Lud era controllata dal Kgb e Kislin aveva identificato Trump come «un promettente giovane uomo d’affari alla ribalta».

Nel 1987, in un viaggio con la moglie in Russia, Trump venne avvicinato dal Kgb: «Avevano molte informazioni su di lui, la sensazione era che fosse intellettualmente vulnerable, e incline alle lusinghe», spiega Shvets. Fu questa caratteristica, dice l’ex maggiore, che i servizi segreti sfruttarono: «Gli fecero credere di essere estremamente impressionati dalla sua personalità e che un giorno sarebbe dovuto diventare presidente perché “sono le persone come te che possono cambiare il mondo”».

Ed è subito dopo il suo ritorno negli Stati Uniti che Trump iniziò a esplorare la possibilità di una candidatura repubblicana alla presidenza. Il primo settembre dello stesso anno acquistò una pagina pubblicitaria sul New York Times, il Washington Post e il Boston Globe pubblicando una lettera aperta contro le posizioni di Ronald Reagan sulla Guerra Fredda, e accusando il Giappone di sfruttare l’alleanza con gli Stati Uniti. Trump espresse inoltre scetticismo sulla presenza degli Usa nella Nato: «L’America deve smettere di spendere soldi per difendere Paesi che si possono difendere da soli».

Posizioni che allora furono considerate bizzarre e che certo attrassero ancora di più l’interesse del Kgb. Trent’anni dopo, durante la campagna presidenziale del 2016, come evidenzia l‘inchiesta di Rober Mueller, ex capo dell’FBI, sul Russiagate, Trump e il suo staff ebbero almeno 272 contatti e almeno 38 incontri con operativi collegati a Mosca. Ma, per Shvets, quel rapporto fu una grande delusione. «Per questo ho condotto la mia inchiesta, ho lavorato con Craig. Ed è da dove il libro ripartirà».

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