Igor Maj morto a 14 anni per una blackout challenge. Parla il Pm: «Perché non possiamo processare i social» – L’intervista

Tre mesi fa l’archiviazione. Oggi Cristian Barilli spiega a Open la scelta di non andare verso un processo e i limiti della giurisprudenza italiana per casi come quello del 14enne milanese

È il 6 settembre 2018. Igor Maj ha 14 anni. Vive a Milano, con la sua famiglia. Ha un fisico atletico, diversi trofei vinti nelle gare di arrampicata sportiva e un’espressione soddisfatta in tutte le foto che lo ritraggono ben saldo su una parete di roccia. È in camera da solo. Sta guardando un video su YouTube: Le cinque challenge pericolose che i ragazzi fanno. Decide di provarne una. Si lega una corda attorno al collo e si lascia cadere. È la blackout challenge, la sfida che consiste nell’arrivare il più possibile vicino al soffocamento. La stessa che gli agenti di Palermo pensano possa essere all’origine della morte di Antonella, la bimba trovata morta nel bagno di casa lo scorso 23 gennaio.


Se i collegamenti tra questa sfida e la bimba di Palermo sono ancora da accertare, per Igor Maj i dubbi sono pochi. Quel video era l’ultimo nella sua cronologia. Da quell’episodio è partita un’indagine per accertare le responsabilità di chi ha pubblicato il video e di chi ha permesso che quel video rimanesse accessibile agli utenti. Un’indagine che si è conclusa tre mesi fa, con un richiesta di archiviazione. A seguire queste indagini è stato Cristian Barilli, pubblico ministero del Tribunale di Milano. Una decisione nata, come spiega Barilli a Open, perché «non è possibile attribuire la responsabilità di questo suicidio alle piattaforme web».

Tre mesi fa l’archiviazione del caso Maj. Perché la scelta di non andare verso un processo?

«È vero, ho avanzato una richiesta di archiviazione. Non posso scendere nei dettagli perché è una vicenda delicata in cui sono coinvolti dei minori. E non mi riferisco solo a Igor Maj ma anche all’autore del video su YouTube in cui si parlava di questa blackout challenge».

Negli ultimi anni si è parlato sempre di più della responsabilità che hanno le piattaforme web per i contenuti che ospitano. Come è possibile che in questi casi non si possa fare niente?

«Il tipo di responsabilità legata a un episodio come quello di Igor Maj è una responsabilità fluida. Il reato a cui si possono avvicinare di più queste dinamiche è quello di istigazione al suicidio. Ed è un reato che prevede la punizione di condotte ben precise. Per capirci meglio, è lo stesso reato per cui è stato chiamato a rispondere Marco Cappato. Al momento quindi è difficile inquadrare la responsabilità dei social dal punto di vista penale».

Perché le piattaforme web non possono essere processate per questo?

«Noi siamo partiti dall’ipotesi che gli episodi di cui stiamo parlando non siano esito di una volontà suicidaria ma siano tragici epiloghi di azioni pericolose che hanno portato al decesso di chi le ha intraprese. È per questo che, giuridicamente, non è possibile ipotizzare nessuna condotta volta a creare in altri la volontà di suicidarsi. Al massimo esiste una responsabilità colposa».

È possibile che in Italia la giurisprudenza sia ancora acerba riguardo a questi temi?

«Le cose sono cambiate negli ultimi anni. Una sentenza che ha fatto storia su questo tema è quella del caso Google contro Vivi Down. Nel 2006 nella sezione Google Video era stato pubblicato un filmato con alcuni ragazzi che all’interno di una scuola prendevano in giro un ragazzo con la sindrome di Down, sbeffeggiando anche l’associazione Vivi Down. L’associazione aveva intentato una causa e nel 2014 la Cassazione aveva emesso una sentenza dove si diceva che la piattaforma che ospita un contenuto non è responsabile del contenuto stesso».

Il Garante della privacy ha imposto a TikTok di bloccare l’uso dei dati per gli utenti di cui non è stata accertata l’età. È la strada giusta per garantire la sicurezza di queste piattaforme?

«Questa è una tematica irrisolta. Il nostro ordinamento attribuisce fino ai 18 anni una responsabilità dei genitori per l’esercizio di alcune libertà e alcuni poteri. In ogni caso non è mai semplice parlare con aziende che usando le nostre reti ma che giuridicamente non hanno una sede nel nostro territorio. Soprattutto con quelle nuove. Guardiamo a Facebook, ci sono voluti anni di interlocuzione per aprire un canale».

Ormai tutti i social per gestire i contenuti utilizzano quelle che vengono definite regole della community. Che valore giuridico hanno?

«Qualunque comunità può darsi delle regole proprie. Ma non si può far valere queste regole per esercitare un diritto. Faccio un esempio. Se una regola della mia community è che si possono prendere in giro i ragazzi disabili, poi questo comportamento non può diventare impunibile a livello giuridico».

C’è un altro caso di cui si è parlato negli scorsi anni riguardo le sfide più pericolose sul web. Parlo del fenomeno Blue Whale, la raccolta di sfide che verso il 2016 ha cominciato a circolare su diversi social

«Mi ero occupato anche di quello. In quel caso invece il cosiddetto “curatore” aveva davvero l’intenzione di portare la sua vittima al suicidio proponendogli una serie di sfide sempre più pericolose».

Non è mai stato chiaro quanto la Blue Whale sia stato un caso mediatico e quanto sia stato un caso di cronaca.

«In quei mesi avevamo ricevuto una quantità smisurata di denunce. Certo l’effetto di emulazione aveva ingigantito le dimensioni del fenomeno ma mi ricordo che qualche vicenda giudiziaria si era fatta strada. Non mi ricordo se come istigazione al suicidio o come atti persecutori».

Al di là delle richieste del Garante, qual è la strada giusta da intraprendere per rendere i social network un luogo sicuro per i minori?

«Il problema è chiaramente educativo. Nessuno manda un ragazzo a fare il bagno dove non tocca quando non è ancora capace di nuotare. E così deve essere internet. Il problema è che si tratta di un confronto impari: ci sono generazioni che ci nascono dentro e altre che lo guardano da fuori e devono imparare come muoversi. Bisogna educare i ragazzi a essere autonomi sulla rete. E serve a poco proibire le spiagge se poi i ragazzi si tuffano dalla scogliera».

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