Vaccini, si spaccano i medici di base. Rossi (Ordine di Milano): «Troppi rischi». Crisarà (Fimmg Veneto): «Allora che ci siamo vaccinati a fare?»

Si apre la stagione delle somministrazioni vaccinali da parte dei medici di base. Ma tra i professionisti nascono i primi dubbi

Il tempo stringe. Il ministro Francesco Boccia, il commissario Domenico Arcuri e le regioni hanno trovato un nuovo accordo sulla campagna vaccinale, che prevede la somministrazioni di 14 milioni di dosi entro fine aprile. Per raggiungere l’obiettivo occorrerà coinvolgere ulteriore personale sanitario. Tra i primi inclusi ci sono i medici di base, protagonisti del monitoraggio territoriale durante la seconda fase dell’emergenza Covid, e che ora entrano in scena per aiutare gli ambulatori degli ospedali a immunizzare la popolazione. Proprio come accaduto per la tranche degli antinfluenzali, i medici sarebbero chiamati a vaccinare sia negli studi che a domicilio. Tra gli esperti, però, nascono i primi dubbi.


Il presidente dell’Ordine di Milano: «Molti rischi nelle grandi città»

«La medicina di famiglia da sola non ce la può fare», dice il dottor Roberto Carlo Rossi, presidente dell’OMCeO di Milano. In Lombardia l’accordo era già stato stilato a gennaio e i professionisti hanno iniziato a farsi un’idea della questione. «Possiamo essere di supporto, questo sì, ma ci sono ancora troppi problemi di sicurezza». Secondo Rossi, organizzare negli studi medici una campagna vaccinale di queste dimensioni (che coinvolge milioni di pazienti) è irrealistico. Soprattutto nelle grandi città: «Se si iniziano a creare assembramenti fuori dai condomini, i residenti si lamenterebbero. E ci sarebbero evidenti problemi di sicurezza sanitaria».

Per Rossi, l’ideale sarebbe impiegare direttamente nei centri vaccinali i medici di famiglia che si mettono a disposizione, o coinvolgerli nella raccolta dati sui pazienti. Anche le visite a domicilio, sostiene, hanno diversi punti deboli: «Bisogna intanto che tutti i medici siano vaccinati, ma in ogni caso non saremmo immuni al 100%. E avremmo bisogno – aggiunge – di veicoli ad hoc, perché altrimenti saremmo costretti a igienizzare ogni volta la nostra vettura privata».

Crisarà (Fimmg Veneto) «Niente di diverso da quello che abbiamo sempre fatto»

Su un fronte completamente opposto è invece il dottor Domenico Crisarà, medico di base operativo a Padova e segretario regionale di Fimmg Veneto, la federazione italiana medici di medicina generale. «Non so quello che fanno in Lombardia, ma noi in Veneto abbiamo già fatto un milione di vaccini influenzali negli studi senza problemi. E li abbiamo somministrati anche a domicilio, e non c’è stato nessun problema».

Solo a Padova, dice, nelle prime due giornate di vaccinazione antinfluenzale si erano vaccinate 750 persone in appena 3 ore, «senza nessuna conseguenza». Secondo Crisarà, arrivati a questo punto coinvolgere i medici di base nelle vaccinazioni «è tanto naturale quanto ovvio». «Altrimenti – dice – che senso avrebbe avuto vaccinarci per primi?». D’altronde, sottolinea, non si fanno vaccini a portatori di Covid, né in sede né a domicilio. «Capisco che non ci sia il rischio zero, ma questo vale sempre nel nostro mestiere».

Qualche accortezza organizzativa

Sia il dottor Rossi che il dottor Crisarà, comunque, concordano sul fatto che ci sia bisogno di un maggior impegno organizzativo da diversi punti di vista. Per il presidente dell’Omceo di Milano è necessario che i medici non vengano lasciati soli e che si risolva la questione della logistica – soprattutto per quanto riguarda il siero di Pfizer, che può essere conservato e trasportato solo a temperature molto basse. Per il vicepresidente della Fimmg, invece, è cruciale che venga impiegato maggior personale: «Ci servono dei collaboratori che si occupino della parte tecnica, cioè della miscela del siero e della suddivisione in dosi. Per il resto – conclude – non vedo grandi problemi».

Immagine di copertina: Ansa

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